Illustrissimi eroi italiani (visti dagli incolti)
Ho tollerato, stamattina, che il primo ragazzino mi parlasse del grande attore italiano Luciano Mastronardi, che quando Mastroianni è morto, lui non era ancora nato. Ho tollerato l’esploratore Marco Paulo, ho tollerato il papo (che papa non fosse abbastanza virile?), sentire che Galileo era un esploratore e che Eppur si muove vorrebbe dire “Se vuoi, puoi farcela”. Ho tollerato che i giovani d’oggi si presentino alle interrogazioni con la camicia sbottonata fino allo sterno.
Ho iniziato a cedere sullo Stato pontìfico, sul regno delle Tre Sicilie e sul fatto che Garibaldi aveva “due compagnoni: Massini (!)e Camille il conte di Cavour”. Ma quando quella che si chiama come un’eroina shakespeariana ha detto che “i Mille erano le camicette di Garibaldi”, come se l’eroe dei due mondi fosse Enzo Miccio, ecco no: lì mi sono indignato.
E ho riso.
Nel bell’elenco dei sapori semplici, quello di oltre un anno fa (il pan con l’olio, il pan con l’uovo, il pan col cioccolato, la pasta al burro, le acciughe fritte, le fave col salame, la farinata, la focaccia, il tè ! con la focaccia insomma: quell’elenco lì) mancavano tre cose, che ho cucinato in questi giorni di festa (che qui era festa ieri, l’Armistizio / che fortunatamente han pudore a chiamarlo Vittoria / della Seconda Guerra Mondiale, e pure oggi, l’Ascensione, che lei mi ha chiesto “Ma com’è che non la facciamo anche noi, che siam paese cattolico? a cui ho replicato rammaricato che cattolici sì, ma più che altro mammoni e di feste religiose, ci siam tenuti solo quelle mariane / pure l’imbarazzante Immacolata Concezione di Maria! /).
Di due vi volevo parlar già ieri (e ieri l’altro) ma non ho trovato il momento, quindi vi parlo di quello che sta sobbollendo ora sulle mie placche in vetroceramica. Il riz au lait, che non so se in Italia chiamiamo riso-e-latte o riso-al-latte o niente di tutto questo, ma so che in Italia io non lo mangiavo né conoscevo e che quindi non è, per me, a differenza dei francesi, il dolce di quando eravamo bambini (“Le merendine di quando ero bambino, non torneranno più!”) ma il dolce che ho scoperto in BnF, che costava meno degli altri durante le pause caffè e potevo scegliere se nature o au caramel (io: nature).
Mentre sento l’odore meraviglioso del latte dolce che prende calore e si avvicina al bollore, vi dico come lo faccio io?
Vi avverto che ne faccio poco, che son l’unico che lo mangia qui in casa, ma prendo il latte che mi è avanzato (che è la motivazione principale per decidermi a fare il riz au lait, quello di svuotare la bottiglia di latte che ho comprato e che non finisco mai / non si usa molto latte, in questa casa di esseri umani del XXI secolo con un rapporto complesso con la lattasi /), oggi ce n’era poco più di mezzo litro, e lo metto a sobbollire, appunto, sul fuoco con una bustinina di zucchero vanigliato (ci vorrebbe la gousse di vaniglia e, si dice, che esistono persone che la tengono davvero in casa, ma io no che non la userei mai). Non ci mette tanto, come ben sapete, ma bisogna fare attenzione che, come ben sapete, il latte esonda subito e poi è un casino quindi appena capisco che sta per bollire e lo vedo salire salire salire come l’acqua in un sottomarino di film catastrofico, butto il riso. 80 grammi, oggi. Poi abbasso il fuoco al minimo possibile per farlo continuare a sobbollire, che è quel che sta succedendo proprio ora che vi scrivo. Che sobbolla per mezz’ora, poi aggiungo lo zucchero (60g, oggi, acciocché diventi stucchevole di dolcezza / perché dopo? perché così ho letto che fa una su un sito e mi è parso che dicesse questa cosa con un’astuzia che andava replicata) e faccio cuocere ancora, sempre così a fuoco basso basso basso, per altri dieci minuti. In tutto quaranta, ma possono esser di più o di meno a seconda della fretta che ho, delle dosi che ho messo (come vedete è per questo che dico che Se fossi capace, sarei un foodblogger: perché non sono preciso).
Nel frattempo che vi dicevo ‘ste cose, il latte si è quasi asciugato (continuerà ad asciugarsi dopo, mentre si raffredda, e sarà quasi completamente assorbito dai chicchi) e posso toglierlo dal fuoco, versarlo in una tazza e metterlo in frigo, che si mangia freddo.
La cosa che mi piace, del riz au lait è la consistenza, coi chicchi morbidi che però fanno ancora un po’ resistenza ai denti, con la crema, che non è altro che latte, zucchero e l’amido del riso, di velluto. E il colore, quel bianco senza alternative, quel bianco come sono le cose che sono buone e servono a fare le cose buone (come la pubblicità di quando eravamo bambini, quella della nonnina che cucinava con zucchero, latte e fior di farina). Il bianco del latte mi ha sempre rapito, io che non ne consumo quasi mai.
Il riz-au-lait è dolcissimo, troppo dolce, dicono i suoi violenti avversari che lo dipingono come l’emblema dei cibi stomachevoli. Ma loro non capiscono, loro, quelli che avversano il riz au lait e si sdilinquiscono per le orrende torte multistrato, le cose glassate di rosa, il Male-in-terra chiamato eufemisticamente cupcake, loro non ne capiscono la poesia, non percepiscono che la dolcezza di questi chicchi tondi di riso, nati sott’acqua in Camargue o nell’Italia del Nord, imbevuti di un bel latte intero di montagna e di zucchero antillano, è la dolcezza languida dei pomeriggi e delle merende.
Riso, latte e zucchero. In effetti, che altro serve?
Delle altre due cose semplici che mi hanno appassionato in questi due giorni, una animale e una vegetale, vi racconterò poi un’altra volta, se credete.
E u so ben t’ammii u mä ‘n pò ciû au largu du dulú
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
L’anno delle cose impossibili
Era l’anno strano, quel 2013, in cui accaddero le cose impossibili.
In cui il papa si dimise, in cui nessuno vinse le elezioni, in cui rielessero un presidente della repubblica, in cui morì Giulio Andreotti.
«La neve si sciolse e ogni cosa tornò normale, meno noi.»
I viaggi degli altri
Mi è capitato, qualche volta in questo 2013 che si candida a battagliare con il 2001 come anno più unheimlich del secolo-so-far, di finire a lavorare e leggere nella biblioteca Edmond Rostand, nel XVII arrondissement, che è come dire un quartiere ricchissimo e (di conseguenza?) Ausländerfrei.
È una biblioteca godibilissima, silenziosa e tranquilla: belle signore che sfogliano Elle o Tendance beauté, signori distinti che leggono quotidiani (quotidiano, in realtà, che aknt tutti etnicamente lettori del Figaro) o settimanali (Le Point, ad esempio, che si chiede dalla copertina se i francesi son pigri o no).
La mia postazione preferita è quella dove sono ora: al secondo piano, su una poltroncina comodissima, spalle a una immensa finestra che mi inonda di luce (pure oggi, sì, che sta arrivando l’inverno, per la terza volta in questo aprile) e faccia allo scaffale Récits de voyages – Guides de voyages.
Non è soltanto il godermi una poltrona (quanto vorrei una poltrona, senza per questo endorsare il governo Letta!) ma lo sbirciare, da sopra la liseuse ebook e i profetici Viceré, da sopra i compiti da correggere, mentre sottolineo in rosso terminaisons sbagliate, le guide che sceglie la gente.
Nessuno parte per Amstersam, o Venezia, neppure per Berlino o Barcellona, da questa biblioteca. Un ragazzo, stamattina, chino sulle guide del Sénégal (che si fa, in vacanza in Sénégal? C’è il mare, un lago, una montagna? Vestigia antiche, civiltà sepolte, parchi naturali?). Poco fa un signore guardava come andare a Réunion, ma quella è Francia, benché d’outremer. Una signora e la sua bambina progettano di girare per le isole egee. E adesso, come un colpo di scena fleurs bleues, una ragazzetta, vent’anni o giù di lì, che sfoglia Se balader dans Paris e – circospetta, che un po’ se ne vergogna, Trouver un Jules à Paris. Un fidanzato, un innamorato. Come Mimì nella soffitta, tra trine e fiori di carta.
Ma lei non è di qui, si vede. Non è suo quwaro arrondissement signorile, non è sua questa città, né questa regione. Ha una sciarpa fuxia, vestiti grigi e capelli arruffati.
Non troverà un Jules, ahilei, non qui, non oggi. Ed è meglio così, anche se non ci crede.
Quando ti sposti di qua e di là per la regione, a volte inverti i tempi di percorrenza e credi che da Courbevoie a Orly ci voglia mezz’ora, quando ce ne vuole più di una, e che da casa a Asnières ce ne voglia una e mezza, quando bastano quaranta minuti.
Dunque sono arrivato alla fermata Gabriel Péri un’ora prima del previsto, che è peggio di quando arrivi in anticipo di mezz’ora a Ivry, ne converrete anche se non sapete come sia Asnières-sur-Seine (né, verosimilmente, come sia Ivry, dove non ci sarà la rivoluzione, come vi dicevo). Asnières-sur-Seine no, non è un gran bel posto. Decido di scendere al capolinea della 13, al crocevia tra Asnières, appunto, e Gennevilliers, dove i tram non vanno avanti più (ma in realtà è da lì che parte la linea 1, per tentare una circumnavigazione dell’area metropolitana) e di fare, se mai, una passeggiata verso la via della Cometa e il più importante valigiajo del mondo.
Perché Asnières no, non è un bel posto ma ci son vie con i nomi graziosi (rue de la Comète, appunto), oppure socialisti (rue du Contrat Social), oppure istituzionali (rue Voltaire, rue Montaigne). E ci sono casermoni e veli in testa, ma anche il più importante valigiajo del mondo (sì, quel che conoscete che si chiama Luigi) e fuori dai laboratori degli ebanisti pare di stare in periferia, mentre quando entri sei nel lusso di Parigi e New York (ed è là che ti viene voglia insopprimibile di redistribuzione del reddito, quando hai schivato una transenna sghemba e poi entri e l’allieva tira fuori un porta iPhone 5 con tutte quelle LV che avevate capito).
Non son felice, per niente contento, di fare ‘sto pezzo a piedi, a lato delle superstrade. E faccio, quindi, un ragionamento da italiano, da turista e da medievista: magari ad Asnières c’è una chiesa, chissà dov’è. E torno indietro di due fermate, scendo a Gabriel Péri di cui sopra e cerco la chiesa di Sainte-Geneviève.
Ed ecco che dall’uscita della metropolitana, tre avvenimenti mi hanno riconciliato con Asnières e con la giornata grigia. In uno squallido panificio, che pare quell’autogrill che trovai in Grecia, di ritorno da Kammena Vourla nel 2003, o quell’altro nel mezzo delle Asturie (e c’era il principe delle Asturie, sulle pareti. Mi inteneriscono le monarchie), troneggiavano krapfen. E qui non capita. E sapete quanto mi manca (l’avreste saputo anche vedendomi a Colonia, Deutschland, qualche giorno fa mentre mi spingevo in bocca Berliener, scoprendo che costano 50 centesimi e che a Colonia, appunto, si chiamano Berliener e non Pfannküchen come dicevo io quando stavo lassù). E non solo: c’erano beignet anche alla crema pasticcera e costavano un euro solo e io l’ho preso, pagando la moneta alla donna voilé, e mi son commosso.
Poi ho raggiunto la chiesa e la facciata mi ha sorpreso, che è una facciata settecentesca e non so se è il mio sguardo o è davvero così ma a Parigi (e attorno) non mi vengono in mente facciate così. Facciate che mi ricordano quelle dei paesi nostri, con gli Appennini dietro e il mare davanti, o san Giovanni Battista a Bastia (che poi è come se fosse un paesino nostro, lo sapete). Ed è pure rosa, la facciata, che non lo crederesti, sotto questo cielo grigio. Entro, c’è un prete che transustanzia il pane e il vino e si inceppa sul nome del papa (storia vera, i dettagli se mai un’altra volta). Chiesa modesta, ma quei begli edifici onesti.
E infine, quando ero già pacificato, passo davanti a una scuola, i bambini giocano in cortile e mi gridano Monsieur, monsieur, monsieur! Li guardo e mi sorridono sdentati, che hanno perso la palla. Gliela ricalcio (no, non è vero: la prendo con le mani che non voglio far gaffes, ora che son pacificato) e mi ringraziano molto.
Ah, che pace, che gioia discreta che può essere la normalità.
E penso che dovrei scrivere la guida, delle città attorno alla Città, non per turisti, ma per passanti.
Talare hipster, ovvero: Della superfetazione
Dopo aver sbagliato, per la seconda volta, l’autobus ed essere finito sì alla stazione di Trappes, ma non dopo le tre fermate solite bensì attraverso un periplo interminabile, attraverso un posto che si chiama Élancourt, costeggiando un certo Étang de Saint-Quentin e passando vicino a una commanderie di templari (davanti alla quale troneggiava una repellente statua di templare a cavallo), sono riuscito ad arrivare qui, segnatamente alla biblioteca domenicana che voi sapete, quella sospesa nel tempo, quella col mio sosia certosino, quella in cui un anno fa speravo in una primavera non giunta (e non giunta ancora, un anno dopo).
E son dunque qui, anche oggi, vinta la pioggerellina. Sono entrato, non avevo la tessera ma mi han fatto entrare ugualmente. Ho chiesto tre libri, li ho ottenuti in poco tempo. Mi son andato a sedere, là in fondo dove piace a me perché passan poche persone e perché è più luminoso. C’era solo un posto, mi siedo davanti ad un prete, che alza la testa e mi dice Bonjour inclinandola.
Ecco: talare, ovviamente fino ai talloni, con i trentatré bottoncini regolamentari (che non ho contato, ma mi fido). Collarino bianco, occhiali sottili, abbastanza giovane, capelli cortissimi come li si porta oggi per non far capire troppo che si è calvi.
E poi. Più che Gerolamo di Stridone, più che Rasputin, più che Tolstoj. Ecco, più di loro, più del metropolita di tutte le Russie o un vescovo maronita. Ecco ho pensato ad un odioso hipster.
Ed è così, nella superfetazione dei riferimenti, che è passata la gloria del mondo.









