La speranza di vita sulla RER B
In questo periodo la mia giornata si svolge in parte sulla RER B. Abito a Port Royal, lavoro un po’ dappertutto ma anche a La Courneuve (scendendo a Le Bourget) o Massy (scendendo a Les Baconnets). Poi quando ancora in questa città avevamo una macchina, parcheggiavo a Gentilly. E a volte prendo la B per andare a saint Michel o a Châtelet. O allo Charles de Gaulle. E a giugno scorso, ricorderete forse, sono finito in una casa di Villepinte con un pappagallo e una marsigliese devota alla Madonna che doveva passare il BAC (e non credo ci sia riuscita).
Insomma la mia vita e la RER B passano in zone terribili, in zone bellissime e in terre di nessuno. Poco fa leggevo su Le Monde di un’inchiesta dal titolo «La ville, la vie, la mort dans Paris et ses banlieues au long du RER B». Potete leggerla qui, ma vi anticipo le conclusioni: la RER B percorre circa 70 km ma «en moins d’un quart d’heure de trajet, le risque de mourir une année donnée augmente … de 82 % entre les arrondissements les plus aisés de Paris et le quartier du Stade de France». Per chi sia passato almeno una volta da quelle parti la cartina che correda l’articolo di Rue89 è soltanto la rappresentazione grafica di una impressione evidente: vivere in zone degradate ha effetti patogeni che sono «liés à mille choses : au cadre de vie, au stress, à la pollution éventuelle, au fait qu’il n’y a pas d’offre de santé suffisante dans ces zones-là».
Source: bigbrowser.blog.lemonde.fr via Suibhne on Pinterest
La domanda adesso è: quando morirò io, visto che vivo a Port Royal, con un titolo di studio da Port Royal, ma con un salario da Aubervilliers? Ad ogni modo, io sto abbastanza bene.
Di bietole e prescinseua
Che poi quando ti fanno le domande “Ma la trovi la pasta a Parigi?” tu ti incazzi “Ma certo che la trovo, è una città di miliardi di milioni di miliardi di abitanti che vengono da tutto il mondo, trovo qualsiasi cosa voglio!”, però non è vero. Infatti poi ti chiedono “E la focaccia?” e lì ti arrabbi perché la gente non sa proprio cosa chiedere, eh, e che se continuano così si arriva al bidet e alla baguette sotto l’ascella in men che non si dica, ma di dici che no, la focaccia non la trovi perché è una preparazione ma gli ingredienti, quelli sì, li trovi tutti.
Solo che lo sai che non è vero, vuoi solo cambiar discorso e parlare – che ne so – di Noemi che doveva vincere Sanremo, di Arisa che ha gli occhi che brillano quando canta ed è una cosa molto bella oppure del fatto che Sarkozy, cazzo, sarà rieletto e che, se fosse per te, passeresti la vita sul divano a guardare i documentari di France 5, tipo quello sulla storia dei noirs de France, perché mica lo sapevi che durante la Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione nazista, li avevano messi in campi di prigionia, con il consenso dell’Etat français.
Lo so che non è vero, dicevo, ma la maggior parte degli ingredienti non è introvabile, è solo meno usata e quindi più difficile da trovare, come la salvia. Oppure sarebbe introvabile anche oltre i Giovi, quindi te ne fai una ragione. Come la prescinseua, avete presente? quel formaggio cagliato acidello da mettere sopra la torta pasqualina? Beh, a me serviva perché volevo debuttare nel regno della Torta Pasqualina, appunto, ma son partito rassegnato e, dopo una rapidissima ricerca di formaggi cagliati francesi con cui sostituirla, sono approdato alla ricotta, che è l’ingrediente sostitutivo di ogni massaia genovese che ha dimenticato di comprarla, non ha voglia di cercarla o ha figli che hanno ormai il palato corrotto dalla postmodernità e che rifuggono il sapore acido (se non quello delle Pringles alla panna acida, che è un modo di dire una cosa che boh).
I
l problema, però, è stato un altro e mai l’avrei previsto: le bietole. Le bietole, che qui si chiamano blettes e non bettes come ho chiesto nei due primi supermercati in cui mi trovavo. Avez-vous des blettes dunque. No. La risposta era no, ed era pure un po’ stupita: no no, non ne abbiamo. Perplesso, ho pensato che non fosse di stagione e ho controllato sulla fino a quel momento inutile app Di stagione e no: crescono proprio a gennaio e febbraio! Ho pensato di ripiegare sul surgelato, son andato da Picard, che è il tempio del surgelato, ma no: on fait pas, però ci sono gli spinaci. Ma io non volevo gli spinaci, ed ero un po’ triste e mi dicevo ma è possibile che a Parigi non ci siano le bietole?
Poi son passato al mercato sotto casa e c’erano bietole dappertutto, ne ho comprato due belle grosse da un primeur nordafricano che mi ha regalato un po’ di uva (no, non è di stagione l’uva) e mi son detto che non è che a Parigi non trovi le cose, è che sei tu che sei scemo e le cerchi nel posto sbagliato.
Poi son tornato a casa e ho fatto la Torta Pasqualina. Ho fatto scottare le bietole nell’acqua salata, le ho passate un po’ in padella con mezza cipolla tritata, poi le ho fatte intiepidire un po’. Ho aggiunto due uova, un bel po’ di parmigiano – ma senza esagerare, che mica deve sapere di formaggio! – e il sale e il pepe. Ho steso sul fondo di una teglia un disco pronto di pasta sfoglia e là è iniziato il momento che temevo, quello manuale, quello per cui le ricette vengono male. Una cosa è insipida? aggiungi il sale, è matematico. Devi fare aderire una sfoglia a una teglia, di modo che fuoriesca il bordo? eh, devi saperlo fare e lo sai fare solo con l’esperienza e se è la prima volta è conclamato che l’esperienza non ce l’hai. Ma l’ho fatto, con lentezza, parlando da solo, ma l’ho fatto. Quindi ho messo sul fondo le bietole e sopra uno strato di ricotta, lavorata con ancora un po’ (ma poco!) di parmigiano e un uovo, di modo che venissero i due strati tipici, verde e bianco. Ho fatto cinque conchette con il dorso del cucchiaio sulla superficie bianca, ci ho messo sopra 5 tuori d’uovo parlando da solo e cantando Ubi caritas. Non li ho rotti ed è arrivata la seconda parte difficile, mettere la seconda sfoglia sulla torta, per coprirla senza rompere le uova ma facendola aderire, per fare un bel bordo appetitoso. Ho continuato con il metodo di prima, lentezza, parlare da solo e cantare, Lo conoscete voi Sante Caserio? questa volta. E l’ho cotta in forno, a 180°, continuando a guardarla ogni venti secondi per paura che esplodesse, che si fondesse, che non cuocesse, che si bruciasse, che cuocesse poco, che si offendesse e se ne andasse e mi mandasse a cagare.
Invece no. Un trionfo. Anche senza la prescinseua, bella del suoi strato verde, di quello bianco, dei globi gialli dei tuori sodi. Non vedo l’ora che venga il tempo dei picnic per rifarla.
Le primarie di Genova le ha vinte il Pds
Nel 1997 ho compiuto 18 anni e mi sono iscritto al Pds. Cosa volete che vi dica, non sono mai stato un rivoluzionario, io. Nel 1997 il Pds di Genova esprimeva il sindaco di Genova (anche se…), il vicesindaco di Genova, la Presidente della Provincia di Genova, il vicepresidente della Provincia di Genova, il presidente dell’Autorità Portuale di Genova, il vicepresidente della Regione Liguria (quello che aveva le deleghe vere, tanto per capirci), un eurodeputato e il Ministro dei Trasporti.
Quindici anni dopo, alla fine di quest’anno, il Pds di Genova (sì sì, dico il Pds, né i Ds né il Pd) esprimerà il presidente della Regione Liguria e – nella migliore delle ipotesi – il vicesindaco di Genova. Dal ’15 è plausibile che non esprimerà neppure più il Presidente della Regione, anche se dovesse vincere il centrosinistra (o quel che ci sarà in quel tempo). Pensavo a questo, mentre venivo in BnF e valutavo che poi tanto freddo oggi non fa. E ho provato a ripensare cosa è successo quando. Mi è venuto in mente quando in sezione si è cominciato a dire che non si poteva avere tutto e che bisognava lasciare dei posti anche al PPI. E mi sono chiesto com’è possibile che un partito imploda in questo modo, in una città. Non che perda le elezioni o le primarie, ma che non sia più in grado di esprimere una idea e neppure di esprimersi. Mi sono chiesto che cosa hanno combinato, negli anni, i suoi dirigenti locali. E ho ripensato ai suoi dirigenti locali, dal 1997 a oggi. Ho pure deglutito, ma non perché Con questa classe dirigente non vinceremo mai, che mi danno allergia ‘ste cose dette tra l’aperitivo e il cineforum ivoriano. Mi son chiesto davvero a cosa pensavano, quando hanno preso le varie decisioni che hanno preso (o che si sono fatti prendere). Me lo son chiesto, anche se mi ricordo bene le risposte.
Mi son chiesto anche che fine hanno fatto quegli elettori che il Pds lo votavano.
Poi ho guardato le foto della festa di Marco Doria e li ho riconosciuti, quegli elettori. C’era il mio ex segretario di sezione, c’era quello con cui facevamo rappresentanza studentesca in università, c’era quella che ho iscritto io, quello che faceva il coordinatore di zona, quell’altro che faceva solo il volontario alla festa dell’Unità. C’era anche quel professore universitario che faceva le iniziative assieme a noi, cioè Marco Doria. Stava là il Pds, più che nel quartier generale della Sindaco, immensamente più che nel comitato devozionale di quella che è arrivata terza.
La vittoria di Marco Doria nelle primarie di Genova non è la vittoria di Vendola (come non lo era quella di Pisapia, come non lo è mai stata nessuna vittoria tranne quelle di Vendola alle primarie in Puglia), non è la vittoria della gauche de la gauche, non è la vittoria del Cambiamento. E’ la vittoria di un cambiamento, questo sì, ma non del Cambiamento nel senso che danno a questa parola Repubblica, Renzi o quelli che sono arrivati terzi alle primarie. E’ la vittoria di Marco Doria, che ha saputo radunare, unire e motivare (che sono le cose più importanti, non decidere, dirigere e comandare). E’ la sconfitta delle ambizioni di qualcuna, la dichiarazione di codardia di chi non ha saputo sostenere il sindaco del proprio partito (vi siete accorti che non stanno facendo le primarie per il candidato democratico in America, vero?), l’emersione della pochezza di chi sta là ma non sa. Ed è la vittoria del Pds, che è il partito che non esiste più ma che rispecchia Genova, nel bene e nel male. Un partito un po’ polveroso, con ancora la falce e martello nel simbolo, ma pragmatico. Un partito che difende una idea industriale e operaia del mondo in una città che industriale e operaia lo è nella testa, molto più che nel tessuto sociale.
Genova è socialista e repubblicana, lo era anche quando votava comunista, lo è tutte le volte che provano a contrapporre le generazioni, le classi, le origini geografiche, lo era anche quando tutto il Nord votava Berlusconi, Dc o semplicemente se ne fregava. Nel bene e nel male – lo ripeto – Genova è questa cosa qui: un blocco ruvido, impermeabile al postmoderno, al postideologico, diffidente verso i personalismi, i divismi. A Genova non vinci se fai l’occhiolino alla Destra, se fai il populista e non vuoi la moschea, se dici che c’è bisogno di te o meglio: sì che vinci, ma solo se dall’altra parte c’è uno davvero di Destra perché se no, se i genovesi possono scegliere, no.
La spammatrice degli interstizi
Che il mondo stia andando a puttane, signora mia, non è più neanche da porre in questione. Sono più o meno tremila anni che lo fa, a prestar fede a tutti quelli che hanno scritto, detto e tramandato da allora. Lo spam, ad esempio. Avete mai provato a guardare nella cartella spam della vostra posta elettronica? arriveranno venti mail al giorno che ti vogliono vendere viagra, allungare le pudenda o ti chiedono aiuto o, più semplicemente, il pin della carta di credito. Quante persone ci crederanno è un mistero ma se continuano a farlo, a qualcosa servirà.
O i commenti spam: ogni giorno ne vengono bloccati almeno una ventina su questo blog. Sono commenti tipo “I do agree” o “Fantastic post!” e un link che qualcuno qualche volta cliccherà. Poi vabbè, ci fu anche lo spam della agente immobiliare maltrattata, ma era tempo fa.
Però quando lo spam arriva addirittura nella bacheca di aNobii, réseau social un po’ fighetto (ma mai quanto goodreads, che infatti è divenuto il mio preferito) in cui si commentano e si valutano libri, beh è il segno ultimo della Fine Dei Tempi. Mi ha appena scritto Pameladia, dunque, dicendomi che abbiamo un sacco di cose in comune e che vuole la mia mail per conoscermi meglio.
Perché? che senso ha? cosa vorrà dire? dove andremo a finire, signora mia, dove?
Ad ogni modo, avete notato che ho messo una nuova barra a destra de blog, con tutti le reti sociali a cui sono iscritto, così da poter sapere cosa leggo, cosa ascolto, cosa ribloggo e cosa pinno? è più ordinato così, non trovate?
Potete anche sentirmi twittare che fa freddo, che mi fa male la testa, che mi si scuoce la pasta o mi si scuce un bottone, che sull’autobus un giapponese mi spinge, insomma un sacco di verità ultime. Ah, dove andremo a finire, comunque.
Mezzaluna e un braccio rotto
Nell’estate del 1987, il 3 settembre se non mi sbaglio, mi sono rotto un braccio. Ero in campagna da me, correvo guardando da un’altra parte, era sera e mi sono inciampato su una pietra spezzandomi radio e ulna sulla seconda pietra. Erano due pietre messe là a fungere da barbecue ma io pensavo a cazzate e mi sono inciampato e crack, capita.
Mi hanno portato in casa, mi hanno steccato il braccio con un pezzo di perlinato (eh!) e mi hanno messo a letto, era già sera. Ho passato la notte leggendo vecchi Topolini degli anni Settanta che non riesco a ricostruire come mai fossero in mio possesso ma si sa, negli anni Ottanta si reciclava ancora. La mattina dopo mia nonna ha chiamato i miei per dirmi che beh, gli si era fratturato il primogenito, mio padre è venuto a prendermi e mi hanno portato all’ospedale a Genova (vatti a fidare degli ortopedici delle valli!) dove mi hanno fatto male, mi hanno ingessato il braccio e poi basta, siamo andati a pranzo dall’altra mia nonna, abbiamo mangiato e la sera mi hanno telefonato gli amichetti della campagna per sapere come stavo, mi ha fatto molto piacere.
Da quel momento, superato il dolore, il mio unico pensiero era che dopo poche settimane sarebbe ricominciata la scuola e non vedevo l’ora di cominciare scienze, geografia ma soprattutto storia perché con la terza elementare incominciavano le materie da grandi. Speriamo che la maestra non inizi storia subito il primo giorno, che non posso scrivere con la sinistra! La maestra non iniziò storia il primo giorno, ma mi obbligò a scrivere con la sinistra. Era una donna molto cattiva anche se mi voleva bene.
Ad ogni modo, io adoravo la Storia, all’epoca, e mi piace ancora adesso eh, solo che all’epoca mi piacevano le popolazioni antiche. Mi piacevano anche i Fenici, che avevano inventato l’alfabeto alla faccia nostra, gli Ebrei, che poi sarebbe arrivato Gesù, gli Ittiti, che facevano delle cose spaziali col ferro mentre erano i Fenici quelli del vetro, no? Non avevo grande trasporto per gli Egizi, invece, malgrado Indiana Jones, mi parevano già inflazionati. E poi gli Etruschi, i Greci e i Romani non mi parevano abbastanza esotici per appassionarmi davvero. Mi piaceva la Roma repubblicana, però, quella sì. Tipo i Gracchi e Agrippa sull’Aventino.
Diciamolo pure, comunque: ero un gran fanatico della Mesopotamia, del Tigri e dell’Eufrate, dell’alfabeto cuneiforme, dei Sumeri, che erano arrivati prima di tutti, dei Babilonesi, degli Assiri e degli Assirobabilonesi, qualunque cosa fossero… Ero entusiasta del fatto che mi ricordavo il nome di Assurbanipal, che lui avesse fatto una grande biblioteca (più grande della De Amicis che, all’epoca, stava a villa Imperiale!), e mi vantavo di sapere alcune parti del codice di Hammurabi a memoria, tipo occhio per occhio.
Pensavo a tutto questo, alla Mezzaluna fertile, alla mia terza elementare e al mio braccio rotto quando, poco fa, cercavo di tritare finemente una cipolla da soffriggere prima di buttarci dentro lenticchie, patate, sale, pepe e timo e render tutto una crema di lenticchie.
Perché non ho una mezzaluna e cerco di rendere efficiente il coltello dell’Ikea? perché, considerando il fatto che sto piangendo e lascio sempre dei pezzi grossi e poi mi incazzo? dovrei fare esercizio, lo so, ma no: dovrei comprare una mezzaluna.
Ma come si chiamerà la mezzaluna in francese?
Questo post potrebbe far parte della rubrica La lingua che più non si sa, quella che mi piaceva tanto ma che è durata pochi mesi, quella che ritira fuori dalla memoria le parole che una volta si usavano, ma che ora son desuete. Parole che indicano cose scomparse, come l’appretto, oppure cose che non si usano più, come il protocollo o come forse in amore le rose. Solo che non può esserlo perché non so bene come si chiami, quella cosa di cui sto per palarvi.
Oppure potrebbe fare parte di una rubrica che ancora non esiste ma che potrebbe intitolarsi (come mi fu consigliato): Cucinare in 2 metri quadri e ricevere in 20. Ad ogni modo volevo chiedervi: voi, dove impastate? sul tavolo così, semplicemente, o avete una cosa di legno, un’asse, una tavola su cui dimostrate la vostra superiorità? Aspettate, vi spiego dall’inizio: io non ho mai impastato, mai. A fine anno 2011 mi sono ripromesso Io farò la pasta fresca come Grisù il pompiere. Poi ho pensato che non ho la macchina, e che costa. E non ho neppure un mattarello. Quindi a gennaio ho deciso che Io farò gli gnocchi o – anzi – i gnocchi, che non si dice ma mi sa – appunto – di lingua che più non si sa perché ormai so come si parla, ma mi sembra sempre strano che siano gli gnocchi, anche se lo so alla prima lezione sono io che lo spiego che con s impura, z, gn, ps, x eccetera si usa lo e al plurale gli ma niente: mi sembra sempre strano gli gnocchi.
Ma non divaghiamo: gnocchi. Che poi i gnocchi sono davvero il piatto della mia infanzia, della mia infanzia più remota. Al pesto, come si fanno a Genova perché se mi fa strano gli gnocchi non potete immaginarvi quanto mi fa strano gnocchi al sugo! Li faceva mia nonna, li ha fatti talmente spesso che – nella mia mente – li faceva tutte le domeniche: farina a fontana, uova, sale e soprattutto le patate bollite, poi spellate e passate al passaverdura. Le passavo io, al passaverdura e mi divertivo un sacco, quasi quanto mi divertivo a farli passare sulla forchetta per dargli quel righellato che gli gnocchi devono avere. L’altra mia nonna li passava sulla grattugia (o gratuggia, come avrebbe detto lei e come dico io, credo, quando sono stanco) e quindi venivano più che righellati, pointillés ma io sono sempre stato nella squadra rigorista. Quando mia nonna è morta, mia mamma non li ha più fatti e da allora gli gnocchi, in casa mia, sono sempre stati comprati dal pastaio.
Però ora sono deciso e farò gli gnocchi e per questo ho comprato un passe-vite, che sarebbe un passaverdura, da Auchan (9€99) e poi ho capito che il problema era altrove, cioè nella superficie di lavoro. Dove diavolo impasto? mia nonna usava una tavola di legno, la stessa – credo – che usa mia mamma per fare la pasta o per impastare la pizza, ma qui cosa potrei usare? non il tavolo, che è di legno poroso e lascerebbe ricordi gnoccheschi ai prossimi millanta inquilini di questa tavola. Che posso fare?
L’idea fulminante di oggi pomeriggio è stata: incerata. Ne compro un po’ e la uso solo ed esclusivamente per questo: impastare. Non so perché ve lo chiedo, visto che mi pare l’unica soluzione praticabile anche se un po’ schifosa, ma dove posso impastare se non sull’incerata?
E poi, come cavolo la chiamate, voi, quell’asse, quella tavola, quella cosa di legno su cui si impasta?
Alle elementari noi facevamo Canto Corale, il sabato mattina, con il maestro che si chiamava come quelle che, se stanno sul soffitto e sono a vista, fanno aumentare il valore locativo del vostro immobile. “Maestro” non nel senso che era un maestro elementare, ma nel senso che era un MAESTRO, un musicista che ci insegnava canto corale, suonava la pianola e scriveva canzoni. Il nostro repertorio era composito: ABCDEeFfeGì (che era una canzone sull’alfabeto e i vocalizzi), Fratelli d’Italia, We shall overcome, La lambada e il capolavoro del maestro di cui sopra che aveva per titolo Valli svizzere e parlava delle vacanze in Svizzera del suddetto. Il pezzo che amavamo di più, però, era Va’ pensiero o – come diceva mia sorella che non faceva canto con noi ma musica (e melodica!) con il figlio della sua maestra, diplomato al conservatorio – La canzone del parmigiano.
Ecco, se voi pensate che il peggior affronto a Giuseppe Verdi e a Va’ pensiero lo abbiano fatto la pubblicità del parmigiano, Umberto Bossi o la nostra classe quando fu obbligata a cantarla su un palco allestito nella villa Imperiale, esposti al pubblico ludibrio delle scuole medie, bene, io sono qui per dirvi che no:
Nana Mouskouri ha fatto anche questo: si è fatta scrivere un testo malinconico sulle note del povero Verdi (Quando canti, canto anch’io con te, Libertà. E quando piangi, piango con te, un po’ come Bobby Solo, a ben vedere) e l’ha cantato. Male, tra l’altro. Stridente e languida. Da notare: 1) al minuto 1:38, quando – non l’ho ancora capito – graffia col gesso sulla lavagna oppure canta Qui-es-tu? Religion ou bien réalité (vero stupro di Arpa d’or dei fati-di-ici va-a-a-ati); 2) al minuto 2:29, in cui afferma di capire che si voglia morire per difenderla, la libertà (povero Brassens, povero); 3) al minuto 3:30, l’evidente debito d’ossigeno che la costringe a sgranare gli occhi; e soprattutto 4) la costante espressione tra l’incredulo, il convinto, l’annoiato e il lucianorispoli, quando non ricordava le parole che fingeva di cantare al Tappeto volante.
Ad ogni modo, è giusto che voi sappiate che Nana Mouskouri è stata deputata europea per il partito conservatore greco Nuova Democrazia (quello che qualche responsabilità in tutto quello che ci capita ce l’ha, per capirci…) e ora percepisce la pensione. E’ giusto anche che sappiate che la sua pensione annua per una legislatura da eurodeputata greca ammonta a 16.000 euro l’anno. E che sappiate anche che lei vi ha rinunciato, per aiutare la Grecia. E che sappiate che il governo greco ha ringraziato ma che, a detta della Mouskouri, continuano a mandarle i soldi perché nessuno si è preso la briga di stoppare il pagamento. Ad ogni modo, dice, lei sta mettendo tutto in una cassetta e poi glieli manda tutti insieme.
E voglio pure che sappiate – infine – che la Nana Mouskouri che preferisco è quella che spruzza deodoranti per le stanze di casa sua, vestita con una tenda e ballando come ballerebbe Anna Maria Cancellieri. Casa sua in Grecia, perché da quella in Svizzera – dove risiede, non paga le tasse e risulsta una delle 120 persone più ricche del paese – non si vede il Mediterraneo dalla finestra, ovviamente.
La scadenza del tè
Ieri sera, mentre cercavo di restituire un aspetto civile alla mia microcasa, mi son trovato a dover sistemare il tè e mi son posto una questione: ma il tè, scade? Ho fatto quel che fa ogni persona ancor più pigra di quello che pigramente googla la domanda “scadenza tè” o “quando scade il tè?”: ho twittato la domanda. Perché io lo so che siamo nel 2012 e la gente risponde ai twit solo se 1) il twit è di una star qualsiasi (perché certa gente vederebbe sua madre a un nano per un RT di Carlo Pistarino!); 2) il twit pone una domanda precisa di cui si sa (o si crede di sapere) la risposta, perché il gusto di essere il primo a rispondere correttamente dà un brivido orgasmico, almeno dai tempi della prima prova pulsante di Superflash.
Dunque ho twittato semplicemente ma il tè, scade?, il twit è rimbalzato su facebook e in men che non si dica ho avuto la risposta. Beh, le risposte perché son state molteplici e non coincidenti: secondo alcuni scade e la data di scadenza è sulla confezione, secondo altri dipende se il tè è in bustina o sfuso, secondo altri il tè non scade e – al massimo – alla fine fa schifo. L’ultima versione, alla fine, è la più accreditata e pare dunque che il tè non scada ma che dopo un po’ non sappia di niente.
Io son stato un po’ deluso dalla risposta perché avrei voluto che mi diceste, tutti e inequivocabilmente, ma sei matto!? il tè scade dopo sei mesi! così io avrei preso tutte quelle bustine di tè antiche, le avrei buttate tutte nel sacco dell’indifferenziato e avrei reso più ordinata la casa mettendo un numero ragionevole di bustine nel bel portabustine di legno. Ma l’avrei fatto con la pace nel cuore, con la consapevolezza che non avrei potuto bere il tè reduce dell’Italia, perché se no sarei morto. Che non avrei potuto aprire le confezioni di tè prezioso lasciato dalla precedente inquilina di questo appartamento nei pensili della cucina (inquilina che – da una accurata perizia linguistica condotta da me su wikipedia – doveva averli portati dalla Lituania), se no avrei passato il resto dei miei giorni sul water in un paese senza bidet. Che non avrei dovuto mettere in infusione le bustine che avevo comprato nel supermercato vicino a quell’altra casa in cui stavo prima, se ci tenevo a me stesso. E non avrei potuto offrirli a nessuno, altrimenti mi avrebbero potuto incriminare.
Non avrei potuto, avrei gettato tutto e la casa sarebbe più ordinata. Ma ora non posso, perché le cose da mangiare non si buttano e neppure quelle da bere. Ma se non le hai bevute in anni, quelle bustine, e hai comprato altro tè perché ti facevano schifo, cosa ti fa pensare che un giorno le berrai? Niente, ma le cose da mangiare non si buttano e neppure quelle da bere. Vabbè, ha chiesto lei, scadere non scadrà ma che senso ha bere un tè insipidino!? Nessuno, ma le cose da mangiare non si buttano e neppure quelle da bere.
E dunque? che faccio? butto? non butto? posso buttare? non posso buttare? posso reciclare in qualche modo? Impacchi decongestionanti agli occhi, mi hanno consigliato. Ma io non ho bisogno di impacchi decongestionanti agli occhi. O forse era un modo per dirmi qualcosa? OK, che ne faccio di tutto ‘sto tè?
Che poi è pure tè aromatizzato…
Il gocciolino
Perché le abitudini, alla fine, derivano da chissà che e hanno chissà quale motivazione però ci sono. Cioè, io lascio sempre un gocciolino di caffè nella tazzina, al bar o in casa. E anche di caffè lungo nel mug o nela tazzona, in casa la mattina davanti alla finestra o da Starbuck’s che sia. Ma non solo: pure di tè, lascio sempre un goccino sul fondo. E di zuppa, di minestra o minestrone sul fondo del piatto.
Non so perché ma non è che la quantità originale sia troppa, è abitudine e quando vedo che la tazza di tè non è piena abbastanza secondo la mia Weltanschauung (la mia Tasseanschauung forse…) prima di berla la rabbocco, anche se so che non la finirò.
Abitudine, tic, schema ricorrente della vita mia: c’è sempre qualcosa sul fondo delle tazzine che bevo io.
Sarà che son lento a bere, e il caffè diventa freddo…







