C’era un tenore cinese in metro con un tupperware in mano
Métro 7, mezzogiorno meno venti e sono in ritardo per la lezione di mezzodì a Ivry. Dopo la fermata Porte d’Italie sento una voce tenorile molto ben impostata che attacca a cantare. Alzo la testa per vedere chi è (ma non troppo, perché non possa chiedermi dei soldi) e scopro che è un cinese anziano con un tupperware in mano, per le offerte. Canta bene, eh, e canta una melodia che mi par di conoscere anche se le parole sono in cinese (o in qualche lingua affine) ed è più lenta del solito.
Poi capisco che sta cantando Amazing Grace in cinese con un tupperware in mano e le parole fanno una cosa tipo Yamà shinzuà Yamà ghuangià.
Cantava bene e ho apprezzato lo sforzo di repertorio, ma son dovuto scendere e il tupperware ahimè è rimasto vuoto.
Le polpette delle suore
Le polpette, si sa, non hanno una ricetta: ognuno dice polpetta e intende una cosa diversa. Le polpette della mia vita sono tante e diverse. Mia nonna le faceva in due modi: grigie e rosse, quindi senza il sugo o con il sugo, le prime più asciutte e saporite, le seconde più morbide e dolci. Oppure le faceva di riso, con il risotto allo zafferano avanzato faceva delle pallette di riso un po’ oblunghe e al centro metteva un po’ di sottiletta e le friggeva.
Poi c’erano quelle dell’asilo, dell’asilo delle suore. Delle polpette databili, quindi, tra il 1982 e il 1984. Non so cosa ci fosse ma erano buonissime, ma buone proprio: non si sentiva neanche la carne da quanto era ben amalgamata con chissà cosa.
Ognuno, dunque, fa le polpette a modo suo. Io sto per tornare a casa e fare le prime polpette della mia vita con carne, formaggio, pan grattato, uova, sale, pepe e maggiorana. Maggiorana, soprattutto, o persa come si dice dalle nostre parti. Le farò grigie anche io, come mia nonna prima e mia mamma poi. Però sono una persona del XXI secolo e sono pronto ad ascoltare i vostri consigli, avete – quindi – una quarantina di minuti per dirmi il vostro ingrediente speciale, quello che non può mancare nelle polpette e magari stasera troverò quelle che diverranno le mie polpette.
E anche un po’ le vostre, forse…
Di quando ascoltavo Guccini e di ora, che lo ascolto di nuovo
Come già annunziato altrove, sto rivivendo una fase gucciniana, come quando ero un giovanotto pieno di speranze confuse, ma speranze (perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell’età ovviamente). Non so se sia una fase regressiva, di ritorno alla (post)adolescenza, a quegli anni là che poi, a ben vedere, così gioiosi non furono ma che lo sono nel ricordo selettivo dei vinacci cancaroni aspri, in bettole del lungobisagno, dell’entroterra o nella farinateria che stava sottoterra in piazza Tommaseo che una alluvione fece chiudere e che ora è un negozio equosolidale (là dove c’era farinata, panissa e pesci fritti ora c’è il quinoa equosolidale), di concerti, di cd comprati (non solo non si scaricava, non esisteva internet ci pensate?) e cassettine scambiate (quelle che ho eliminato nel mio ultimo ritorno a Genova). Di volantinaggi, anche, e cassettaggi, per chi sa di che parlo.
Non so se sia un ripiegamento vero e proprio, se si tratti di malinconia metereologica (che poi malinconia non è, perché non è che mi senta malinconico, anzi) o il fatto che mia mamma sta per compiere sessant’anni e mi pare ieri che io e mia sorella le abbiamo fatto la recita per i quarant’anni (e mia sorella è mamma, e mia mamma è nonna e io sono zio eccetera) ma ho scaricato l’intera discografia di Guccini e – mentre leggo Uguccione da Lodi – ascolto Amerigo che, all’epoca, era la mia preferita.
O una delle.
Elogio dei sapori semplici
Ma cosa fai? mangi pale e olio come se ci fosse la guerra e stessero bombardando!?
Sì, perché a me piacciono molto le salse, gli intingoli, i piatti pieni di ingredienti, quelli che richiedono ore di cottura. Mi piace la maionese, mi piace il tocco, mi piacciono gli spezzatini, le lasagne, i minestroni, le millefoglie, le vellutate. Però ci sono dei gusti semplici, dei sapori primari, delle accoppiate di alimenti antichi che mi fanno letteralmente impazzire. Sono unioni banali, scontate, di due – tre elementi al massimo ma che hanno una potenza tale da valere quanto un piatto elaborato. Sono unioni personali, sospetto, accoppiamenti atavici che ci portiamo dietro dall’infanzia, forse dalle generazioni senza nome che ci hanno preceduti.
Volete sapere quali sono i miei sapori semplici?
Il pane con l’olio, ad esempio. Prendo un piatto, ci faccio colare sopra un filo di olio buono (beh, quantomeno il migliore che hai in casa) e ci spizzico sopra un po’ di sale con la punta del coltello cerco roteo sul piatto come se non sapessi che il sale non si scioglie nell’olio e quindi ci intingo il pane.
Il pane con il rosso dell’uovo. Vi spiego, che fraintendete: fate un uovo al tegamino (quel tegamino, credo) e intingete il pane nel rosso, spaccandolo e tirando su tutto il liquido rosso buonissimo. Non serve mettere il sale sul rosso, disse una volta Gualtiero Marchesi in qualche programma quando ero bambino e io il sale non ce l’ho messo mai.
Il pane col cioccolato, se posso dire una cosa che non va detta: con il cioccolato kinder. Due o tre barrette dentro al panino.
La pasta (ditalini, penne, farfalle… poco importa) al burro con tanto parmigiano sopra, che poi giri con la forchetta e un po’ diventa filante. Mangi la pasta senza salsa!? Mi disse la coinquilina polacca, una sera fredda di Berlino, quasi dieci anni fa. Ma che ne voleva capire lei, che assaggiò un crudo spettacolare e disse “Ma è prosciutto!”, come fosse un qualsiasi scatolame da Minimal.
L’insalata con la cipollina (senza no, facciamo che non è il caso) e le acciughe fritte. Non infarinate, eh, impanate e fritte rapidamente, croccanti e che sanno di mare e di Tigullio.
Le fave col salame, su un prato ad aprile oppure anche in casa quando vuoi tu. Prendi una, due fave le metti dentro a una fetta di Sant’Olcese e fai un pacchettino che mangi. Un po’ amaro, un po’ primaverile, un po’ salato e un po’ fumé.
La farinata, vabbè, e la focaccia.
Il tè - e questo lo so che è cosa soltanto mia - con la focaccia. Sì, la focaccia unta nel tè zuccherato.
I miei sapori semplici sono questi e, come vedete, sembrano fotografare una primavera qualsiasi in Liguria negli anni ’80 che era poi quando ero bambino io e i problemi erano se avevi dimenticato la replay a casa e dovevi scrivere con la bic e se facevi un errore dovevi cancellare con la gomma da penna e rischiavi di fare un buco nel quaderno e prendere benino invece di bene e magari pure una nota sul diario. Ci sarebbe un altro gusto dei miei ricordi che però non ho più provato e di cui un po’ mi vergogno: i grissini sbriciolati nel latte e cacao. Sprint, ovviamente. Ma forse questo è troppo, ne converrete.
Eppure: capite cosa voglio dire? che ne pensate dei sapori semplici?
La schedina con i nomi
Esattamente come l’anno scorso, in questo liceo di ricchi nei quartieri dei ricchi, in cui si interroga il sabato mattina del giorno in cui duecento e rotti anni fa proprio oggi avrebbero pianto la decapitazione del loro re, mentre io avrei cantato Ah ça ira ça ira ça ira! pregustando il momento in cui li avrei impiccati, loro aristocratici, beh: come l’anno scorso mi sorprendo dei loro nomi insoliti.
Queste dieci ragazzine si chiamano 1) Come la seconda parte del titolo di una canzone postuma di Claude François; 2) come una pianta i cui fiori, “riuniti in infiorescenze più o meno sferiche, dette corimbi o pannocchie, … portano fiori per lo più sterili”; 3) come il santo più celebre del mese prossimo; 4) come una eroina di romanzo russo; 5) Julie, fortunatamente; 6) come una statua greca arcaica “che risente di influssi egizi” (è l’unico alunno che potrebbe essere maschio, ma vallo a indovinare, con ‘sti nomi!); 7) come una Santa visigota celebrata il 22 maggio; 8) come la moglie di Menelao; 9) come una bicicletta pieghevole anni ’70; 10) come la vecchia, amica di Harold.
E ora vediamo quante ne indovinate…
I miei colori 2012 You Decide!
A proposito di maglioni: come dicevo altrove (sempre là dove mi distraggo e scrivo meno post), martedì sono andato a cercare un maglione NON grigio e ho comprato un paio di pantaloni. Grigi. Deve essere una specie di vendetta, di scemenza, di ossessione, che ne so. Ma c’era il 60% e mi pareva un affare.
Resta, dunque, aperta la questione del maglione di colore diverso. Senape è un po’ caduto in disgrazia perché su fb tutti mi hanno gentilmente fatto capire che no, non è il caso. Che sbatte e che boh, non ho la faccia da maglione senape. E’ un peccato, perché volevo e perché a me la senape, nel senso di moutarde piace molto dai tempi dell’Erasmus a Berlino, ma era un’altra vita fa ed è forse per questo che la gente sconsiglia.
Stamattina, dunque, prima di far lezione a Levallois Perret (yawn, che noia) son passato davanti a un negozio di abbigliamento in lana, che avrei definito maglieria, un tempo, dove c’era questa turris NON eburnea di maglioni in lana shetland e a 24 euro (che erano il 30% in pi prima di uno sconto). La vedete qui a sinistra. Volevo comprare il quinto dal basso, quello di un verde il cui nome ignoro, ma ero in dubbio con il rosso e il verde boschivo del terzo dal basso. O il blu di prussia che fa molto pastelli giotto o Caran d’Ache o infanzia mia gioconda o uomo serio.
Ma poi mi son fatto cogliere dai dubbi e non sono entrato.
Ed è qui che entrate in campo voi: quale prendo? Mi rendo conto che i colori non sono così chiari, in foto, ma: quale prendo? eh? ditemelo, che io vi ascolto.
Non c’è senape, avete notato? Humpf.
I miei colori
Ieri sera ero un po’ seccato perché oggi sarebbe stato martedì, che è la giornata Tour de l’Ile-de-France come la settimana scorsa. Ho quindi aperto il gelido armadio a muro che complica le mie giornate (grazie, padrona di casa, proprio una bella idea quell’armadio messo lì!) per scegliere un maglione da indossare in tutta fretta la mattina seguente e mi sono accorto epifanicamente che ho solo maglioni grigi. Di diverse tonalità, certo, ma grigi. Alcuni a collo alto, altri a V o a girocollo ma grigi. E poi uno nero e uno beigetto. E anche uno verde petrolio, uno blu elettrico e due viola, reduci di quando andava di moda il viola.
È il caso di aggiungere colore, almeno un po’, non trovate? Colore unico, eh, che righe e losanghe non mi fanno stare a mio agio, ma colore. Senape, mettiamo, o rosso fiammante. Anche bianco, mi fa paura ma perché no?
Dunque poco fa, che avevo tempo ed ero ad Antony, sono entrato da Celio alla ricerca di colore e oh santi numi! Tutto nero. Nero e grigio scuro. Ma tutto, eh? Tranne un maglione collo alto bianco a treccione -brrrr- disponibile in tutte le taglie dalla L alla XXL. Niente che fa al caso mio, dunque.
Sono uscito perplesso e ho iniziato a guardarmi intorno: ma davvero sono tutti vestiti di nero, grigio o blu scuro?
Sì, pare di sì e non ci avevo mai fatto caso. Le uniche note di colore sono nelle sciarpe, a volte. Perturbante, io trovo, voi no? Ad ogni modo: da domani (o dopo) sarò alla ricerca di maglioni NON grigi NÉ neri.
Che dite, verde scuro? Giallo acceso? Malva?
Ad ogni modo, se portate una S fate in modo di non trovarvi sulla mia strada.
Senape, direi, son sempre più convinto…
La pena beh, io l’ho capita ora
Credo di aver capito quale sarà la condanna di noi tutti, una volta che avremo raggiunto la fine della nostra esperienza terrena, quando Minòs giudicherà della nostra sorte, del girone in cui mandarci.
Soppeserà i nostri peccati, tutti e sette quelli capitali, e li metterà in scaletta dal minore al maggiore per poi decidere che noi, cioè io, come Dante, Pippo Baudo, Carla Bruni, Joe Bastianich, George Clooney. Come Madonna, Pierferdinando Casini, il mio professore di ginnastica della terza liceo, Ornella Vanoni, Diego Della Valle. Come Gigi Marzullo, Aristotele Onassis, Silvana Pampanini, Enver Hoxha e Anna Oxa.
Per decidere che noi – dunque – finiremo nel girone dei superbi e la pena beh, io ora l’ho capita: saremo obbligati a guardare le facce che abbiamo fatto, negli anni, tutte le volte che facevamo cose senza pensare che la gente ci stava guardando. Davanti alla tv, da soli, coi piedi sul divano. O in coda, al volante. O in autobus, con l’iPod nelle orecchie. O in biblioteca, come quella davanti a me – qui in BnF – che mi ruba il cavo del computer e che è tutta acchittata da ragazza superba e non ha idea delle espressioni da cretina che assume, leggendo il libro, del modo in cui spalanca la bocca e smascella, avanti e indietro con l’espressione che facevamo noi, nel senso di me e di tutti gli altri, quando da bambini prendevamo in giro gli altri dicendo Gan-ga!
Se solo vedessimo le facce che facciamo, quando non lo sappiamo.
Una specie di gricia, ma no, ovvero: E’ lecito cambiare gli ingredienti, basta essere consapevoli
Nel donchisciottesco tentativo di non fare finire le vacanze di Natale, per me oggi è ancora l’Epifania.
Nel senso che ieri e oggi sono apparsi su questa terra per compensare la rottura di palle del 3 gennaio (il viaggio), del 4-5 gennaio (gli esami) e del 6 gennaio (lavatrice, polvere e pavimenti). Per me, oggi, finiranno le vacanze di Natale, disferò l’alberello, mi coglierà il fastidio che, quando andavo a scuola, era tipico del 6 gennaio quando al travaglio usato ognuno in suo pensier [fa] ritorno.
Ad ogni modo, non voglio pensarci e quindi niente: si sperimentano le varie capsule di nespresso, si guardano serie in gran quantità e si mangia se non molto, almeno ancora un po’. Oggi, a pranzo, pensavo di fare l’amatriciana ma poi ho cambiato idea.
«Proprio col sugo, si deve fare?»
Beh, se sì ma anche no. Ed ho quindi ripiegato su una specie di gricia, ma no. Nel senso che non avevo gli ingredienti, perché non ho il guanciale, non ho il pecorino romano e neppure – pensate – il pepe in grani, solo quello banale, già in polvere. Potevo rinunciare, come fanno quelli che son precisi, ma alla fine ho pensato che Si-può-fare. Insomma, è il caso di ammetterlo: gli ingredienti giusti, quelli precisi e originali sono davvero una delizia ma ci sono casi in cui non si posso usare e dunque non è soltanto lecito e indispensabile ma è etico modificare. Quando costano troppo, ad esempio, e tu hai altre priorità. O se qualcuno è allergico a qualcosa. Oppure quando è l’8 gennaio e non hai fatto poi una spesa così assennata e hai varie cose ma non quelle che ti servirebbero. In questi casi, e in tutti quelli che vi vengono in mente, si possono sostituire gli ingredienti e fare un piatto d’accatto, remixato, rigenerato con quello che c’è. Che è meno buono, eh, lo so, che non è la ricetta vera vera vera che ha diritto al proprio nome, ne sono cosciente, ma che si può fare?
Quindi ho spostato tutti gli ingredienti di una tacca: il guanciale è diventato lardons nature, il pecorino romano del grana padano, il pepe in grani vabbé quello banale e al posto dei maccaroni ho usato dei tortiglioni, Barilla tra l’altro.
Buono? Sì, sapete?
E adesso, un’altra fetta di galette des Rois e sparecchio la tavola. Sono le quattro e mezza, lo so, ma io sono lento.










