Cantando di altri fiori

Nel 1951 Nilla Pizzi vinceva Sanremo con Grazie dei fior. Avete presente la canzone: lei sta nel camerino, la serata è andata benissimo, ha ricevuto un sacco di fiori ma i più belli erano quelli mandati dal destinatario silente della canzone, di cui nulla sapiamo, se non quello che si intuisce, cioè che il loro amore era finito, eppure lui si è ricordato di lei in quella serata importante e quindi grazie! ma sei stronzo. Ed è vero: se le loro erano pagine già chiuse con la parola fine, perché quello doveva venire a tormentare il suo cuor? perché è stronzo, diciamo noi che lei non poteva. Ad ogni modo: erano rose rosse eppure Nilla le aveva gradite (lei dice graditi, perché concorda con fiori e non con rose, ma vabbé / e quell’eppure è chiaro: le rose rosse parlano d’amor e non è il caso). Un po’ classica come situazione, un po’ rigida e davvero non ci crediamo (noi oggi, che allora magari sì) che quella Nilla Pizzi là fosse davvero scossa dalle rose rosse di quello. Sì, sì siamo d’accordo: è stronzo, vuol riscaldare la minestra o solo turbare Nilla ma, di nuovo, bah. Sono sessant’anni e li sentiamo tutti, ne sentiamo anche di più, ci paiono cento, mille, come ci sembrano cento, mille gli anni che ci separano dal codino di Fiorello, dalle tute acetate, dall’edilizia anni Sessanta, dai videoregistratori (sembrano ieri, invece, Mina che canta Se telefonando, oppure Rocco e i suoi fratelli, o un trench panna o un edificio di cent’anni fa / ma è la discussione sul moderno e sul presente e su di noi, in definitiva, che non faremo qui, ammesso che lo si sappia fare).

Anche in Francia, ma nel 1953, si cantava di fiori, di coquelicot, in particolare, che son papaveri e non rose. Mouloudji, che voi non conoscete e neppure io conoscevo, fino al documentario di France 3, è un cantante che ha avuto il suo massimo successo negli anni Cinquanta, amico di Prévert e primo interprete delle canzoni tratte dalle sue poesie (Les feuilles mortes prima di Yves Montand, voglio dire), fino al momento in cui cantò, la sera della sconfitta di Dien Bien Phu, Le déserteur di Boris Vian. Pessima idea, censura. Poi, durante la guerra d’Algeria, ha cantato pure Allon z’enfant, in cui criticava l’esercito. Insomma, un po’ troppo comunista per piacere al generale De Gaulle. Ma non voglio parlare di questo, che non mi interessa ora, ma proprio della canone sui fiori, di quella Comme un p’tit coquelicot che ha cantato mentre Nilla Pizzi cantava le sue rose (e quegli altri papaveri).

La canzone alterna due focalizzazioni: quella esterna Ma davvero ti piacciono i papaveri? Vabbè, capisco, ma tutta ‘sta passione per i papaveri!? e quella interna, Mouloudji che ci racconta perché gli piacciono, ‘sti papaveri (che poi tanto brutti non sono, quindi ci sorprendiamo del suo stupore e registriamo il suo essere un tantino sopra le righe). Ricordate la scena di Nilla nel suo camerino, col suo filo di perle a struggersi sul bigliettino dello stronzo? No, qui la situazione è diversa:

Papaveri? no, ti piacciono davvero papaveri? i nontiscordardimé o le rose, quelli sì son fiori che dicono qualcosa, ma i papaveri!? è da idioti! dice, come direbbe Nilla Pizzi, l’interlocutore del cantante. No, e capirai perché: la prima volta che l’ho vista, era distesa mezza nuda, addormentata, in un campo di grano e sul suo corsetto bianco, proprio dove batteva il cuore, il sole aveva fatto nascere un piccolo papavero. Vabbè, guarda come ti brillano gli occhi… ma forse brillano un po’ troppo per spiegare il tuo amore per i papaveri! Forse, ma ecco… quando l’ho presa tra le braccia, mi ha sorriso e poi, senza dirci nulla, nel sole dell’estate, ci siamo amati, e ho baciato così fortemente il suo petto che al posto dei miei baci è rimasto un segno, come un piccolo papavero. Vabbè, è un’avventura, una storiella e ti assicuro che non meriterebbe neanche un sospiro, figurati ‘sta passione per i papaveri! Aspetta la conclusione e capirai: c’era uno che la amava, senza essere ricambiata. Il giorno dopo il nostro primo incontro, l’ho rivista che dormiva mezza nuda, nella luce dell’estate, nel campo di grano. Ma sul suo corsetto bianco, proprio dove c’era il cuore, c’erano tre gocce di sangue che sembravano un piccolo papavero.

E beh sì certo, sono passati sessant’anni e si sentono e il finale uno se lo aspetta al secondo verso e quella aveva un corsetto ed è tutto così cliché. Ed è vero. Ma parla di persone che si sono abbracciate, baciate, amate, che stavano mezze nude nei campi di grano, un po’ come facciamo noi che in un camerino a struggerci non ci siamo mai stati.

Che poi è il succo di quella cosa sul moderno e il presente, e sul codino di Fiorello e Mina che canta, che volevo dire prima: beh sì certo, sessant’anni fa, ma almeno erano persone vive e non avevano fili di perle.

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Comme un p’tit coquelicot

La guerra di Piero, in cui c’erano altri papaveri a carezzare un morto, è del 1969 mentre i Papaveri alti alti alti e le papere piccoline sono del ’52, medie proporzionali tra Nilla e Mouloudji.

(tutto questo mi ricorda la mia prima tesina di letterature comparate, Reiner Maria Rilke e pure Pascoli)

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7 pensieri su “Cantando di altri fiori

  1. Ma bella! La sostanza del discorso, la canzone di Mouloudji (che poi, a me, le canzoni cantate in francese sembrano belle tutte! È proprio il francese, non tanto le canzoni…) e tutti questi fiori sparsi qua e là.

  2. ma che bella storia, dai! francesi pulp!
    la nilla è di un “annicinquantismo” incredibile. e hai pensato alle rose rosse di ranieri? quelle che forse in amore non si usano più-ùùùùù? forse gliele aveva lasciate lui, che nella canzone ammette di essere stato LO stronzo: “da quando t’ho lasciato, sarà perché ho sbagliato, ma io viiiivo per teeee”.
    ma no, è del ’69, ormai era troppo tardi per nilla.

    il discorso del moderno e del presente mi intriga!

    1. Eh ma si sentono i decenni tra Nilla e Massimo, eccome! Cos’è che invecchia le cose? Le cose che invecchiano, non saranno già vecchie quando ancora non lo sembrano?

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