Nostalgia del Mocambo

Io sono convinto che se tu ed io salissimo sulla Delorean, se ci infilassimo nella macchina del tempo del dottor Zapotek e ci trovassimo negli anni Cinquanta, Sessanta non saremmo tanto sorpresi dei vestiti – che le nonne nostre, di chi ha la mia età / che è quella di Dante quando scrisse quell’incipit / vestivano ancora, negli anni Ottanta, con gli stessi vestiti di vent’anni prima – e neppure dal modo di parlare – quello della TV o della radio, forse, ma la gente per la strada? – e neanche, se non giusto un po’, ma atteso!, dai mezzi di trasporto. Auto, treni, aerei te li aspetti diversi, i vestiti pure. Quello che ci sorprenderebbe, me e te, al punto da farci esclamare “Eh già che scemo, che non c’era ancora!”, è la diversità dei materiali, l’assenza della plastica, soprattutto.

Se guardate com’erano i supermercati, nei filmati sui supermercati, tutto di carta, di vetro. Se guardate i film, quando gli attori italiani vanno dal pizzicagnolo, il prosciutto finisce arrotolato in un foglio di carta porosa, quella che anche noi conoscemmo ma per la focaccia, mica per il prosciutto. Per me, per te, anche, il prosciutto una pellicoletta di plastica ce l’ha sempre avuta, già al Mi-da / doppiosenso che scoprii un giorno, a metà elementari: Mida, come il re, ma pure Mi-dà, cioè Dà a me! / di via Berghini, dove mi facevano il panino che mangiavo a merenda a scuola. E il latte, per me, è sempre stato nel tetrapack, nella plastica ultimamente ma: il vetro? una bottiglia di vetro per il latte? io non l’ho vista mai. L’acqua sì, in cestelli di plastica dura, da sei bottiglie Fonte Lurisia, chiuse da una gretta e che si riconsegnavano alla Standa – che il vuoto era a rendere, protoecologismo risparmiatore che più non si sa / in Italia, che in Germania era così, dieci anni fa, quando ci stavo io, e mi sembrava intelligente / – oppure che un ometto con l’ape portava di casa in casa, previo ordine e abbonamento, credo.

imageIl caffè, in quel viaggio con la Delorean, era in grani e te lo macinavi tu, io credo, e infatti nella mia infanzia ricordo i macinacaffè, quello elettrico che aveva mia nonna in via Manuzio, e che oggi chiameremmo modernariato o diremmo Uh! sembra uscito da Mad Men!, alors que erano i nostri nonni ad essere Mad Man / tralascio questioni socio-economiche, che il tenore di vita dei nostri nonni non era quello là, che non credo abbiano mai assaggiato whisky, che c’era l’osteria che vendeva vino cattivo e al massimo ti ubriacavi di quello, risalendo poi per la salita cantando in genovese / e quello di legno in esposizione, già museizzato, che tenevamo nel bilocale di campagna / che mia nonna, l’altra, non si era comprata una seconda casa agli Hampton ma nell’entroterra castagnoso di Savona, a proposito delle differenze tra Mad Man e noi. Eppure, ad un certo momento, io credo che il caffè l’abbiano messo, macinato, nelle scatole di latta. Perché la latta è un’altra cosa che più non usiamo. Mia nonna, quella di via Manuzio con il macinacaffé vintage, non quella che aveva comprato il bilocale in campagna, comprava un caffè in latta che teneva sul tavolo della cucina. Credo lo comprasse, ma sto reinventando la Storia ed è legittimo che sia così, mi dice chi si occupa di storia orale, da una torrefazione in via Torti che c’è ancora e che spande un buon odore di caffè quando ci passi davanti. Quando vi parlo di caffè nella latta, vi prego, non pensate a Illy, che quello è caffè buono e la latta è satinata e il coperchio si avvita. Io parlo delle latte rugose, chissà perché, con il coperchio di plastica e dal caffè col gusto sempre un po’ stonato. Quelle che, quando hai finito il caffè, riutilizzi, ma chissà come / vi ricanto Natalino Otto e lamme de tomate co drento o baxaicò /. Noi, in casa nostra, si comprava Lavazza, invece, come diceva Manfredi, qualità Oro, che allora come adesso è messo in quel materiale che non so chiamare, argentato all’interno, che tiene in cafè sotto vuoto e che quando apri dici mmmmm che buon odore di caffè! e due giorni dopo se n’è andato come l’odore di vacanze dal telo del mare, quando tua mamma lo lava a settembre.

Quella scatola di latta là, sul tavolo maron della cucina di mia nonna mi piaceva e mi sembrava arcaico, così come la radio maron con cui sentiva, sabato alle due, le estrazioni del lotto, così come gli strofinacci che aveva, il manichino da sarta. Arcaico come le torrefazioni con le commesse col grembiale azzurro e i capelli legati, la faccia scorbutica. Arcaico come i bar, che sta quasi tutti chiudendo, che si chiamavano come quelle cose che non sai più cosa sono, che hai perso i riferimenti ai film o a quel Sudamerica là.

Arcaico come il Mocambo.

Ed è per questo, per quel maron là, per quello strascico di Dopoguerra nella mia infanzia, per quelle nonne e perché era il 31 dicembre del duemilatredici che all’Hyper Casino vicino a Nationale ho comprato un caffè orrendo, in latta, con il coperchio di plastica.

Questa è la nostalgia del Mocambo,
per chi non lo sa,
un ritmo sconfinato di rumba
che se ne va per la città…per la città…

Che se loro avessero preso la Delorean, le mie nonne, mica si credevano di trovarci gli ebook, internet e gli smartphone, nel 2014, e neppure che tutte le cose avessero un nome inglese, ma le macchine che volavano e le pillole, al posto del cibo. E invece per Natale ho guidato una Panda col motore a scoppio e ho fatto o pandöçe.

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