Un po’ ti detesto, Latifa, ma buon Natale (La lingua del nostro secolo è una lingua bugiarda)

Tu, ragazzina, che lavori in un call center (centre d’appels, lo chiamate) la mattina del 23 dicembre. Ti chiamerai Latifa, io lo so, o Fatoumata, o Rachida, o – con un tocco pop – Aïcha o Khirsty (magari hanno provato a chiamarti Capucine o Marie France, nella speranza che questo potesse distrarre, un giorno, l’RH che ti poteva assumere dal quel cognome e da quell’indirizzo in Seine-Saint-Denis). Tu, ragazzina, che lo so che sei più giovane di me e che lavori al minimo salariale, probabilmente part time (à temps partiel, si dice), in quel centre d’appels che ti dicevo (che li ho visti anch’io, che li abbiamo visti tutti, dalle parti di Montrouge / che brutto posto, Montrouge, anche se ci è nato / benché ci sia nato? / proprio perché ci è nato? Coluche! / o magari in qualche posto depresso nel Nord, a Valenciennes, Lens, Denain / Au nord, c’étaient les corons / La terre c’était le charbon).

Tu, che mi chiami da un numero strano sul cellulare, la mattina del 23 dicembre, mentre io sfoglio riviste e libri per capire cosa fare di secondo a santo Stefano, che il mio problema, oggi almeno, è quello lì, e andare a fare la spesa, e convincere mio padre che l’aneto non è una spesa accessoria.

Tu, che mi proponi un servizio di geo-localizzazione.

Cosa devo geolocalizzare, Latifa, che insegno cose a gente a cui non interessa?

Tu lo sai, Rachida, e non insisti, quando te lo faccio notare, e chissà chi pensi chi io sia, che hai letto sulla fiche che sono imprenditore / la lingua del nostro secolo è una lingua bugiarda / chissà se te lo chiedi, che è il 23 pure per te, per cui Natale è quello che è per me, anche se non hai fatto catechismo e io sì, perché tutti e due facciamo i regali e li vogliamo.

Ti dico buone feste e tu mi dici également e io mi sento un po’ in imbarazzo e un po’ ti detesto, che mi fai sentire come la mamma di Enrico Bottini, di Cuore, quando va a carezzare la testa dei bambini orfani, quelli malati e si sente compassionevole e buona cristiana ma anche, alla fine, superiore e privilegiata. E un po’ lo sono, privilegiato, che oggi non lavoro e che non abito né a Bobigny né a Valenciennes. Ma sono solo sfumature della stessa sfiga e quel sentimento lì, quella fracture française per cui tu, Fatoumata che fa il ramadam ed io che ho fatto catechismo ci sentiamo diversi ce l’hanno fatta credere, cara, trent’anni fa.

Ma che ne so, poi, io, di chi sei tu? Buon Natale, però.

5 pensieri su “Un po’ ti detesto, Latifa, ma buon Natale (La lingua del nostro secolo è una lingua bugiarda)

  1. Riguardo all’aneto avrei due paroline da dire a tuo a tuo papà, roba da matti!
    E poi sorriso amaro per ciò che racconti con la tua grande abilità dialettica, hai dipinto un quadro dei nostri tempi…applausi!
    E buon Natale, sì.

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