Il profumo del latte dolce che si avvicina a bollore, ovvero: Mon riz au lait à moi

Nel bell’elenco dei sapori semplici, quello di oltre un anno fa (il pan con l’olio, il pan con l’uovo, il pan col cioccolato, la pasta al burro, le acciughe fritte, le fave col salame, la farinata, la focaccia, il tè ! con la focaccia insomma: quell’elenco lì) mancavano tre cose, che ho cucinato in questi giorni di festa (che qui era festa ieri, l’Armistizio / che fortunatamente han pudore a chiamarlo Vittoria / della Seconda Guerra Mondiale, e pure oggi, l’Ascensione, che lei mi ha chiesto “Ma com’è che non la facciamo anche noi, che siam paese cattolico? a cui ho replicato rammaricato che cattolici sì, ma più che altro mammoni e di feste religiose, ci siam tenuti solo quelle mariane / pure l’imbarazzante Immacolata Concezione di Maria! /).

Di due vi volevo parlar già ieri (e ieri l’altro) ma non ho trovato il momento, quindi vi parlo di quello che sta sobbollendo ora sulle mie placche in vetroceramica. Il riz au lait, che non so se in Italia chiamiamo riso-e-latte o riso-al-latte o niente di tutto questo, ma so che in Italia io non lo mangiavo né conoscevo e che quindi non è, per me, a differenza dei francesi, il dolce di quando eravamo bambini (Le merendine di quando ero bambino, non torneranno più!”) ma il dolce che ho scoperto in BnF, che costava meno degli altri durante le pause caffè e potevo scegliere se nature o au caramel (io: nature).

Mentre sento l’odore meraviglioso del latte dolce che prende calore e si avvicina al bollore, vi dico come lo faccio io?

Vi avverto che ne faccio poco, che son l’unico che lo mangia qui in casa, ma prendo il latte che mi è avanzato (che è la motivazione principale per decidermi a fare il riz au lait, quello di svuotare la bottiglia di latte che ho comprato e che non finisco mai / non si usa molto latte, in questa casa di esseri umani del XXI secolo con un rapporto complesso con la lattasi /), oggi ce n’era poco più di mezzo litro, e lo metto a sobbollire, appunto, sul fuoco con una bustinina di zucchero vanigliato (ci vorrebbe la gousse di vaniglia e, si dice, che esistono persone che la tengono davvero in casa, ma io no che non la userei mai). Non ci mette tanto, come ben sapete, ma bisogna fare attenzione che, come ben sapete, il latte esonda subito e poi è un casino quindi appena capisco che sta per bollire e lo vedo salire salire salire come l’acqua in un sottomarino di film catastrofico, butto il riso. 80 grammi, oggi. Poi abbasso il fuoco al minimo possibile per farlo continuare a sobbollire, che è quel che sta succedendo proprio ora che vi scrivo. Che sobbolla per mezz’ora, poi aggiungo lo zucchero (60g, oggi, acciocché diventi stucchevole di dolcezza / perché dopo? perché così ho letto che fa una su un sito e mi è parso che dicesse questa cosa con un’astuzia che andava replicata) e faccio cuocere ancora, sempre così a fuoco basso basso basso, per altri dieci minuti. In tutto quaranta, ma possono esser di più o di meno a seconda della fretta che ho, delle dosi che ho messo (come vedete è per questo che dico che Se fossi capace, sarei un foodblogger: perché non sono preciso).

Nel frattempo che vi dicevo ‘ste cose, il latte si è quasi asciugato (continuerà ad asciugarsi dopo, mentre si raffredda, e sarà quasi completamente assorbito dai chicchi) e posso toglierlo dal fuoco, versarlo in una tazza e metterlo in frigo, che si mangia freddo.

La cosa che mi piace, del riz au lait è la consistenza, coi chicchi morbidi che però fanno ancora un po’ resistenza ai denti, con la crema, che non è altro che latte, zucchero e l’amido del riso, di velluto. E il colore, quel bianco senza alternative, quel bianco come sono le cose che sono buone e servono a fare le cose buone (come la pubblicità di quando eravamo bambini, quella della nonnina che cucinava con zucchero, latte e fior di farina). Il bianco del latte mi ha sempre rapito, io che non ne consumo quasi mai.

Il riz-au-lait è dolcissimo, troppo dolce, dicono i suoi violenti avversari che lo dipingono come l’emblema dei cibi stomachevoli. Ma loro non capiscono, loro, quelli che avversano il riz au lait e si sdilinquiscono per le orrende torte multistrato, le cose glassate di rosa, il Male-in-terra chiamato eufemisticamente cupcake, loro non ne capiscono la poesia, non percepiscono che la dolcezza di questi chicchi tondi di riso, nati sott’acqua in Camargue o nell’Italia del Nord, imbevuti di un bel latte intero di montagna e di zucchero antillano, è la dolcezza languida dei pomeriggi e delle merende.

Riso, latte e zucchero. In effetti, che altro serve?

Mon riz au lait à moi

Delle altre due cose semplici che mi hanno appassionato in questi due giorni, una animale e una vegetale, vi racconterò poi un’altra volta, se credete.

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20 pensieri su “Il profumo del latte dolce che si avvicina a bollore, ovvero: Mon riz au lait à moi

    1. grazie 🙂 ma non far mangiare troppo riz au lait alla bambina, che è troppo piccola per le cose così dolci (e poi in America ci son troppi zuccheri dappertutto quindi.. ;))

      però grazie ancora 🙂

  1. Accantonate le feste religiose inutili in quanto da noi non festeggiate (invece mi ci stavano bene due giorni di festa proprio ora ché a Roma mi son massacrata!) direi che il riso al latte esiste pure da noi e fa parte dei ricordi d’infanzia di varie persone che, più o meno direttamente, conosco. Dei miei no. Dei miei riordi d’infanzia faceva parte quella che mia mamma chiamava la pappa e che è un intruglio di latte zucchero e farina. Cosa stucchevole come il riso al latte e che adesso non credo che riuscirei a mangiare ma che da piccola era la coccola per antonomasia!
    E, comunque, ti ci vedrei bene a scrivere poemetti morali, fossi in te ci farei un pensierino! 😉

  2. io sono nemica del risocollatte.
    da me così si chiama. risocollatte. quella delinquente di mia sorella se lo cucinava un giorno sì e l’altro pure, ci rovesciava sopra sacchi di cannella (io odio la cannella) e se lo mangiava beata un cucchiaino alla volta mettendoci pomeriggi interi. ah, il risocollatte. diceva.
    io non lo posso nemmeno sentire nominare. il risocollatte.
    il riso mi fa malattia, forse per questo.
    mi sembra una pappa. non lo so.
    però mangio la pastiera e dulce de leche, che si basano più o meno sullo stesso principio.
    ci sarà un trauma infantile….

    1. Secondo me il riso in generale gode di una fama negativa causata ingiustamente dagli ospedali. Il riso è pappaimmonda se fatto male, se troppo bollito e mal condito. Se non gli si vuol bene, insomma.

      D’altra parte a me stomaca im dulce de leche, che qui si noma Confiture de lait, e quindi forse sì, son tutti traumi infantili e non abitudini.

  3. mi ha sempre lasciato scettica il riso al latte, ma dopo sto post quasi quasi provo a farlo.. colpa o merito tuo, ti diro’! (comunque si tu saresti un food blogger lirico, e che visto che di altro tipo ce ne sono un sacco non sarebbe nemmeno male) (pero’ poi dovresti avere anche il blog solo di costume/musica etc… quanti blog ti dobbiamo far tenere? ;))
    Quando ci vede per cantare Conidi??

  4. qui si chiama milchreis e ci mettono anche la cannella e/o il cioccolato. lo trovi freddo nel banco riso e te lo puoi far caldo a casa, per gli austriaci è addirittura una cena, per i bambini ma non solo.
    io sono di quelli che lo trovano stomachevole e che poi si causano il diabete con una torta multistrato 🙂

  5. Il riso-e-latte che faceva la mia mamma non aveva zucchero, anzi veniva leggermente salato ed era un piatto unico tipicamente serale d’inverno, come un risotto ti riscaldava per bene dentro.

    1. Pure da me, bambino a Genova, esisteva il riso e latte caldo e salato, una sorta di minestra liquida per scaldare gli autunni (o le fini-estate). Tu dove lo mangiavi?

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