Allume di rocca. Un post anni Zero sugli anni Novanta (e gli anni Dieci, che sono questi: altro che charleston)

Mentre stamattina mi facevo la doccia, pensavo a un post che vorrei scrivere, sulla socialdemocrazia italiana e perché è minoranza e perché, ormai, lo resterà per tutta la mia vita.
Sono uscito dalla doccia, ho guardato la grisaglia che ricopre la città anche stamattina (solo 32 ore di ensoleillement, questo inverno, che è meno della metà delle già poche 66 ore medie della stagione), ho iniziato ad asciugarmi i capelli, sgranchiendomi il collo incriccato e ho iniziato a pensare alla Scuola, nel senso di Istituzione, e al fatto che in Francia se ne parlerà ossessivamente (e un po’ a sproposito) ma in Italia non se ne parla proprio mai mai mai, cazzo. E ho ascoltato Compagno di scuola di Venditti, pensando che è incredibile che Venditti, che si è diplomato nel ’66, quando la regina di Inghilterra era Pelé, racconti un ambiente sostanzialmente identico a quello che ho visto io, a scuola, che mi sono diplomato nel ’98 (e Zidane era re di Francia, tra l’altro). E mi è venuto in mente che avrei voluto scrivere di questo, dell’immutabilità dell’ambiente scolastico, chiedendomi se è così ancora (il che farebbe una immutabilità certificata di quasi cinquant’anni!). Poi da spotify è partita Lilly, sempre di Venditti, e ho pensato che avrei voluto scrivere un post per dire che a me Veditti irrita moltissimo, ma ha scritto canzoni bellissime che rischiano, a volte, di sparire dietro gli occhiali a goccia, dietro il grande raccordo anulare e dietro le rumente che ha scritto negli ultimi X anni.
Poi, dopo aver verificato il fatto che la crema viso Mennen che dovrebbe combattere l’incarnato smorto senza colorarlo non fa quel che promette (anche considerate le parole non troppo compassionevoli di un’allieva persiana) e dopo aver accantonato in due secondi l’idea di scrivere un post su questo, ho afferrato un deodorante all’allume di rocca.

Ecco, non so neppure cosa sia l’allume di rocca. Né so come sia finito, quel deodorante, in casa mia (ma l’etichetta è in italiano, testimoniando il fatto che sia reduce da qualche casa e qualche trasloco – mio o autrui – fa). Non so perché oggi l’abbia afferrato, disperso là in mezzo a cose semi utilizzate. Eppure l’ho stappato ed ero a Sori, c’era il sole, il mare grosso e siamo andati in piscina. “Dicono che c’è la moka, tra l’altro, sulla spiaggia di Sori“. Ed eravamo in cinque, io credo, o forse sei. E avevamo già finito la scuola ma non erano ancora usciti i quadri e uno di noi cinque (o sei?) non sarebbe stato ammesso all’esame di terza media (ingiusti scrutinî, furon quelli). E la sera saremmo andati a mangiare la pizza in un posto dietro piazza della Vittoria “dove si ordina col computer!” (nota per i giovani d’oggi che pensano che i computer…: quando andavo alle medie i computer non c’erano quasi, nelle case). Ed ero molto felice e avrei amato un sacco quel posto (e quelle pizze infami) e pure la scalinata delle Caravelle (infame anch’essa). Ed era una giornata assai bella (o forse piovigginava?) ed era giugno 1993 e c’era Ciampi, qualche bomba era scoppiata e qualcuna no, e c’era una gioiosa macchina da guerra in rodaggio, una società civile che stava per esser candidata, un presidente del Milan che non aveva ancora sdoganato (e sdoganare era un termine da doganieri), un comico che lo faceva ancora, e io non mi sono messo la crema solare, quel giorno. La Pausini stava per esser conosciuta moltissimo, Jovanotti era stato quasi dimenticato. Ma quasi perché quel giorno per la prima volta ho sentito Sono un ragazzo fortunato, cantata da una di noi cinque (o sei?). E mi piacque subito da impazzire, quella canzone, anche se non volevo credere che avesse quegli orrendi errori ed è da allora che la canto, quella canzone, emendandola.

Se ci si sforza un po’, alla Scatman, si può:

“Sono un ragazzo fortunato / perché m’hanno regalato un sogno / sono fortunato perché non c’è niente di cui ho bisogno. // Sei bella come il sole / e tu mi fai impazzire ye ye yeié”.

Per questo, per un allume di rocca, mi son trovato a scrivere vent’anni dopo quattro, cinque post in uno solo, come fossero gli anni Zero (o come fosse un diario del ’93) mente un transilien mi porta a Trappes e fuori piove e riga i vetri.

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9 pensieri su “Allume di rocca. Un post anni Zero sugli anni Novanta (e gli anni Dieci, che sono questi: altro che charleston)

  1. Allume di rocca, vorrai dire.
    Oppure ti deodori con le uova pietrificate, può anche essere che voi a Genova sparagnini come siete non buttate via niente, vai a sapere.

  2. L’allume di rocca si usa in restauro come elasticizzante. Ignoro cosa ci faccia dentro un deodorante… Però il tuo post pieno di altri post ha l’assurdo potere di portarti indietro nel tempo in maniera impressionante! (E saremo anche quasi coetanei ADESSO ma pensare che l’anno in cui tu hai fatto l’esame di terza media io ero al penultimo delle superiori mi fa un certo effetto! Come sono relativi gli anni a seconda della distanza da cui li guardi!)

  3. il pixie!!! mamma mia che ricordo morto e sepolto. i miei compagni di classe di erano ubriacati come al solito, io avevo preso uno screw driver (il primo) e avevo coniato l’espressione “mi vibrano le gambe”, che io e la mia damahlige compagna di banco usiamo ancor oggi.

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