A cosa pensi

Per le canzoni è come se Victor Hugo non avesse mai scritto l’Hérnani: unità di spazi, di tempo, di azione. Intendiamoci: è giusto ed è logico che sia così perché per raccontare il mondo ci vuole tempo, pagine, minuti, episodi e una canzone non può durare più di qualche minuto. Una canzone racconta un sentimento, forse una storia ma non due, non tre, non un intreccio. Non racconta un mondo, di solito. Può farlo, ma è uno dei suoi compiti.

Però a volte succede e una canzone di tre minuti e cinquanta, dura degli anni.

Fa freddo, è una mattina d’inverno. Un uomo appoggiato a una barca si alza, cammina, guarda il fiume e pensa. Nient’altro, tre minuti e venti. Eppure conosciamo sua madre e il rancore che le porta, per un bacio che non riesce a scordare (che bacio? c’è Edipo, c’è Amleto, c’è Beautiful? non lo sappiamo, dobbiamo completarlo noi, come completiamo i racconti di Buzzati e mettiamo qualcosa nella scatoletta del cinese di Belle de Jour). Conosciamo anche suo padre, come in un flashback di Lost: fuma il sigaro e sorride, a differenza di un flashback di Lost. E lo scopriamo bambino, solo e solitario, sulla riva del mare, e la sua voglia di crescere, in fretta. Il suo primo abbraccio (non bacio: abbraccio) e l’odore che aveva e il batticuore dell’amore nascosto dei ragazzini. E conosciamo i suoi rimpianti, per gli anni buttati, le sue storie d’amore sempre uguali e sempre sbagliate. E lo vediamo vecchio, in un futuro che c’è già, arrabbiato, amaro, soprattutto indifeso. Incontriamo anche il suo cane, che scodinzola (come Argo, sì, o come un racconto di Thomas Mann). E suo figlio, che ha deciso di partire proprio adesso che avrebbe bisogno di lui (che è sempre così, che non è forse l’angoscia più grande dei figli che sono partiti?). E il fuoco che ha lasciato morire.

Tre minuti e venti e ci sembra di conoscerlo, quell’uomo, e di conoscere la sua famiglia e la vita che ha vissuto, che non è una grande vita, come non lo è nessuna, e la vita che vivrà. A cosa pensa, appoggiato alla barca, mentre cammina, mentre guarda il fiume? a tutto quel che è stato, è e sarà?

E poi c’è quel parlato. O pensi a me delle volte? – tre minuti e venticinque – che rimescola, che aggiunge un punto di vista, una prospettiva, una profondità. Che allarga. Che impasta la sua storia con quella di chi lo guarda, con quella di chi la canta, con quella di noi che l’ascoltiamo, con quella di Milva (che non potevamo farlo noi, quel parlato, e neanche una cantante qualsiasi e menomale che Battiato l’ha data a Milva, questa canzone), di Battiato, di Pio e di Gallerani.

Sono passati tre minuti e cinquanta secondi, che è il tempo che dura la vita.

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2 pensieri su “A cosa pensi

  1. Grazie per questa perla che non conoscevo e per la raffinata esegesi.
    (Ti sei racheté del Mistral Gagnant, che a me Renaud piace, ma a volte c’est vraiment la tristitude…)

    1. io Renaud lo sto scoprendo da poco e devo dire che è quella tristitude che mi piace e non mi rattrista poi troppo… è quella tristitude con cui vado a nozze, diciamo

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