Orly è un aeroporto

Orly è un aeroporto. Così come Roissy, Malpensa, Ciampino. Nessuno nega che esistano città come Orly, Malpensa (in realtà Malpensa credo di no…) o Ciampino, ma sono aeroporti. Così come san Martino è un ospedale, almeno a Genova, e non è un santo che strappa il mantello per darlo ai poveri, e san Vittore è un carcere, in tutta Italia.

Orly è talmente un aeroporto che quando arrivi con la RER C a Orly Ville (io odio viaggiare con la RER C: non si capisce mai in che direzione vada e i turisti sbagliano sempre, per andare a Versailles, e poi chiedono a te, che hai voglia di far tutto ma non di rispondere a turisti, soprattutto perché ne sai meno di loro), quando arrivi in RER C, dicevo – ma è tanto che non scrivo e quindi divago, divago, capite…quando arrivi in RER C, un cartello ti avverte che forse sbagliavi, che forse non volevi andare là e che ti capiscono benissimo ma che è il caso che tu risalga (veloce!) sulla RER C che io odio per andare fino alla stazione dopo dove c’è il collegamento per l’aeroporto. Per quale dannato motivo sei finito a Orly, ti dice l’annuncio in bianco su blu?

In effetti, perché vuoi andare a Orly? perché di venerdì, poi, che sembra già week end e non l’è ancora?

Perché hai lezione, con un tipo bislacco che lavora in una ditta di trasporti e che viene da un paese, da un’isola – anzi – che fa però paese a sé, il cui aggettivo non conosci e quindi, la prima lezione, con imbarazzo, ammetti che non sai come si dice “Io vengo da … Io sono …”. Perché in italiano non so se abbiamo aggettivi per tutti i paesi. Ma è un tipo bislacco, che parla molto – non una parola in italiano, che proprio non è dotato – e che ha l’intuito di un riccio di ippocastano, caduto nel parco di Orly.

La casa del cantoniere

Quando arrivi a Orly la prima volta, c’è stata un’esplosione nucleare. Non incontri nessuno, nessuno, in nessuna strada. Ed è presto e quindi trotterelli verso la via (che indovinate: si chiama via dell’Aeroporto!), cerchi le chiese (che dicono che sono antiche, ma lo sono?) e incontri la casa del cantoniere (che si dice in italiano cantoniere? perché in genovese gh’é o cantoné, ma in italiano? che poi è lo stesso che in francese?) che non fa rima con Montale ma solo con Deserto dei tartari, perché non c’è davvero nessuno, neanche nella piazza principale, neppure nella via principale. Forse qualcuno nei bar, in un ristorante siciliano. Ma nessuno, sono tutti scomparsi, morti, evacuati. Tutti lavorano altrove, io credo. O forse non esiste nessuno, davvero.

E cammini ancora, che tempo ne hai da vendere e noia, ahimè, anche (che si vende la noia?). E allora esplori ancora un po’, che comunque è bello dire che conosci posti che tutti sanno che ci sono ma nessuno sa che ci sono. E’ l’unico lato bello (no, l’unico no: uno dei – ) a girare per la regione: sai cos’è quando dicono Antony, Orly, Trappes. Sai che significa La Courneuve o Clichy, quando bruciano una macchina, e sai cos’è Saint-Germain-en-Laye o Levallois-Perret, quando si parla di impôt sur la fortune. Non che serva alla vita, ma se un giorno sarò sénateur, se un giorno mi inviterà Floris, se un giorno dovrò calare un asso, potrò snocciolar nomi di posti (“Io li ho visti, io so cos’è!”). Potrò mentire.

Veder cadere le foglie…

Dunque cammini, dicevo, e scopri che a Orly ha vissuto Méliès, in una bella villa, in un bel parco. Deserto, tranne un ragazzino che – mi pare – mi sta seguendo e se fosse un film horror avrei paura che mi segue e calcia ricci di ippocastano, che strascica i piedi e forse è un mostro e vuole uccidermi, affogarmi nel fiumiciattolo artificiale (“non lasciare cibo, dice un cartello, che stiamo derattizzando ed è un casino…”), gettandomi dal ponticello, tagliandomi la testa su quel ceppo di ippocastano (l’ippocastano è un albero che andrebbe posto in alto nella classifica degli alberi lacrimogeni, altro che salici, altro che cipressi, l’aveva capito Hikmet – e la mia maestra delle elementari [che una mia compagna di quinta elementare, quando abbiamo fatto la poesia Veder cadere le foglie mi lacera dentro, soprattutto le foglie dei viali, soprattutto se sono ippocastani, ha chiesto alla maestra “Maestra, come mai i poeti sono sempre tristi?” e la maestra ha risposto “Secondo voi?”, perché non sapeva rispondere, e io ho detto “Perché vedono il mondo com’è veramente” dicendo una cazzata che mi sembrava intelligente, ma avevo dieci anni e che cazzo volete? la maestra fu contenta, quella mia compagna di classe è mia amica su facebook, adesso, e se mi legge la saluto, ciao!]).

3D à Orly

Niente, non c’è niente da fare, a Orly (un cartello dice, con gioia, che tra poco ci sarà un cinema 3D anche ad Orly e loro non sanno che la loro vita sarà uguale e il 3D è una truffa!) e non c’è nessuno e quindi niente, cammini in tondo – tutte le indicazioni stradali segnalano che di là c’è il consolato marocchino, ma che me ne faccio? – e cerchi un panificio ma son chiusi i negozi, tranne uno dove gli éclair non son buoni e la baguette è stopposa e non replicherò, ma dove un giorno ho comprato – comprerò – un Kinder country, che sarebbe il loro nome del Kinder cereali.

E poi vai verso la ditta che ti impiega, entri, e dici un paio di sciocchezze prima di iniziare la lezione. Poi la inizi e butti un’occhio fuori dalla finestra.

Non c’è nessuno ma là in fondo sta atterrando un aereo.

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30 pensieri su “Orly è un aeroporto

    1. Lo sapevo che era una cascina! Anzi, forse me l’avevi detto tu… Però mi son detto: magari ci si è addensato attorno un centrucolo urbano…

      Anche Braida, da cui Braidense, era una cascina, almeno secondo l’incipit della Vita agra di Bianciardi. Che ti consiglio fortemente, se non l’hai ancora letto… Ti piacerà, c’è Milano e il boom e gli anni Sessanta e molta amarezza e agrore…

      1. Grazie per il consiglio, corro in biblioteca!
        La cascina di Malpensa ha dato il nome solo a un aeroporto e a un centro commerciale.
        I paesi intorno hanno nomi molto più brutti!

  1. Io comincerei a leggere Murakami da “Tokyo blues-Norwegian wood” o da una raccolta di racconti di cui non ricordo il nome

    1. Sai che mi è tornato or ora in mente il fatto che vent’anni fa (forse 15…) l’avevo comprato, alla Feltrinelli di via XX, con molto entusiasmo. Poi l’avevo iniziato, e niente: non son mai riuscito ad andare avanti.

      Ma non ricordo niente, l’avevo totalmente rimosso… Dici che devo riprovare?

  2. Non che il film sia ambientato nella città, ma forse non è un caso che La Jetée di Chris Marker cominci proprio all’aeroporto di Orly.
    Comunque condivido l’odio per la RER C, serpente dalle teste multiple e incomprensibili che ti obbliga a errare per i quais con l’aria da deficiente (– va a S. Michel? – Certamente! E poi ti ritrovi a St. Michel sur Orge) e provoca annunci deliranti del tipo “il treno ZEUS va a Versailles ma MONA, dall’altro binario, parte dopo e arriva prima”.

    Bentornato.

  3. Se cominci Murakami da Norwegian wood però rischi di falsarti le aspettative, perché è un po’ atipico rispetto agli altri suoi romanzi. Io ti consiglio Kafka sulla spiaggia, per me è stato amore a prima vista, in aereo, tornando dal Kansai (il che è bello e istruttivo, e a suo modo anche un po’ poetico). In alternativa, L’uccello che girava le viti del mondo o Nel segno della pecora

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