E alcuni audaci in tasca l’Unità – #iostoconlunità

Ve lo dicevo anche due settimane fa: nel 1997 ho compiuto 18 anni e mi sono iscritto al Pds. Nel 1997 essere iscritti al Pds era tutt’altro che rivoluzionario ma era, certo, considerato un po’ meno sfigato di quanto sia considerato oggi iscriversi al Pd, ma questa è un’altra storia. Ti dicevano ancora comunista!, i parenti dei parenti democristiani che votavano CCD o le amiche della nonna che avrebbero votato MSI se ci fosse ancora stato e quindi votavano Forza Italia e odiavano Scalfaro. Certo, poi stavi con Berlinguer (Luigi, che faceva il ministro dell’Istruzione e dell’Università e della Ricerca) ed era un casino perché poi accusavano te di voler privatizzare la scuola e dare i soldi alle scuole cattoliche, cosa che non era vera ma ci stava perché avevi scelto di metterti in una posizione criticabile da Destra e da Sinistra.

1 luglio 1960

La mia sezione era in una piazza in cui passavo quotidianamente e mi fermavo di frequente a fare due chiacchiere con chi c’era e, di solito, c’era solo il compagno C., che era il propotipo del vecchio compagno e che teneva lo schedario degli iscritti, nome, cognome, indirizzo, parentela. Ogni giorno rifaceva i conti per sapere a che punto stava il rinnovamento delle tessere, tutti i giorni: quanti avevano già pagato, chi aveva preso la tessera ma non aveva pagato (a proscima votta! ma ricordamelo, eh?), chi non voleva rinnovare (lui non la capiva, ‘sta cosa), i nuovi iscritti e – ahimè – i morti. Tutti i giorni faceva il conto, mentre sentiva Italia Radio o Radio Radicale, e poi leggeva lUnità, una pagina alla volta, ma tutta fino in fondo, tranne la prima pagina, perché la prima pagina andava esposta in bacheca. 

Sai, mi ha raccontato una volta, la prima volta che sono entrato in fabbrica – lui aveva fatto il pastaio, poi, ma subito dopo la guerra era stato operaio – ero un po’ intimidito, non conoscevo nessuno e avevo lUnità in tasca. Non so se fosse già iscritto al PCI ma era comunista e quindi portava lUnità in tasca, ben piegata in modo che si vedesse la testata!, anche in fabbrica anche se al padrone (lui non li chiamava padroni, di solito, ma a volte poteva capitare) non piaceva per nulla. Appena entrato, ha continuato a raccontare, si è avvicinato uno e mi ha detto «Dime un po’… perché ti gh’è lUnitae in ta stacca?» (solo che l’ha detto in genovese vero, non in ‘sto modo che ricostruisco io cercando di capire se davvero si dice così e ipotizzando un’ortografia che ignoro). Perché son un lavoratore e sono comunsita! ha risposto e quello gli ha detto bravo. Era il responsabile di fabbrica della CGIL e mi ha detto «Bravo, allora da domani tu fai il delegato sindacale». Io non sapevo, ma lui ha insistito e ho iniziato così.

23 ottobre 1972

Ora, io non so se la storia è andata proprio così, se era diversa perché l’ho travisata sentendola, ricordandola o perché l’ha resa più bella il compagno C. quando l’ha raccontata. Non so neanche se è verosimile. So, però, che il compagno C. aveva una venerazione per lUnità che per lui era il simbolo del lavoro, dei lavoratori e della difesa dei loro diritti. Era una venerazione che rifletteva quella che aveva per il Partito,perché io li ho visti i compagni che entravano in sezione analfabeti e poi gli insegnavamo a leggere e si vergognavano a parlare, all’inizio, e alla fine facevano dei discorsi che sembravano Pajetta!

So anche che quando, ai direttivi, interveniva il tesoriere che diceva Compagni, la situazione è critica e diceva che bisognava decidere su cosa tagliare e proponeva sempre di tagliare l’abbonamento allUnitàlui si incazzava come una bestia e diceva che era nostro dovere sostenere i lavoratori e che piuttosto se la prendesse con quell’iscritto che faceva un lavoro importante grazie al partito e che non pagava la tessera da tre anni trei anni, ti capisci!? (ora: non vorrei che questo aneddoto buttasse una luce sinistra sul tesoriere che era ed è una persona splendida ma che ahimè doveva pur fare il suo lavoro di tesoriere!).

Non ero rivoluzionario, quindi, e lo sono forse più adesso (il che mi rende una cosa complessa che forse ha sempre capito tutto al contrario, chi lo sa) e uno dei motivi per cui non lo ero è che quando sentivamo queste storie raccontate dai vecchi compagni ci emozionavamo ma le sentivamo come storie di un tempo remoto. Sì vabbè, i padroni, i lavoratori, lUnità… Credevamo che alcune cose non sarebbero più successe, che le industrie non servissero più, che tutto sarebbe stato terziario e che lUnità fosse un giornale che ci faceva vedere un sacco di film belli in videocassetta. Solo che, appunto, non avevamo capito un cazzo di un cazzo di niente e nel 2012, che sono quindici anni dopo, Marchionne proibisce l’Unità in fabbrica, la FIAT si rifiuta di reintegrare gli operai della FIOM e si parla di rendere possibile i licenziamenti senza giusta causa. (Un giorno vorrò capire se eravamo cretini noi, era cretino chi ci spiegava le cose o se c’era qualcuno in mala fede).

Non so dove sia ora il compagno C, non so se ci sia e cosa faccia. L’ultima volta che l’ho visto è stato il dolorosissimo pomeriggio dell’ultimo congresso dei DS in sezione, nel 2007, quando ho detto che avrei votato una mozione iperminoritaria e tutte quelle cose che ho detto e ridirei e ora dicono anche quelli che all’epoca dicevano il contrario ma non perché io fossi visionario o la vedessi lunga, solo perché anche loro erano d’accordo con me ma si sentivano con le spalle al muro e dunque insomma dai. Lui ci è rimasto molto male perché per lui bisognava sempre difendere il Partito e per quello che è stato per lui aveva tutta la ragione del mondo, ma per me no e quindi mi ha detto, dopo il mio intervento, Ti do 5.

L’attacco della Magneti Marelli (dunque della FIAT) allUnità, dice il direttore Claudio Sardo, è un attacco alla libertà di espressione. E’ «un’offesa, una ferita per tutti i metalmeccanici, operai, impiegati e tecnici e non solo per i “rossi” della Fiom», dice nel suo editoriale Bruno Ugolini. E’ l’attacco a un giornale (aggiungo io anche se non volevo fare polemica ma sentite: alla fine!) che non fa le domande a Berlusconi o non conta i soldi in tasca ai deputati (perché quei giornali là in fabbrica ci andranno sempre perché non danno fastidio a nessuno) ma un giornale che pone domande alla Fornero, a Marchionne, pure alla Camusso e pure ai benpensanti, una per tutte (parafrasata da me, e me ne scuserà l’autore): Per quale cazzo di motivo se i partiti si mettono d’accordo per riformare la legge elettorale sono degli inciuciari maledetti ma se invece approvassero l’abolizione dell’articolo 18 o qualche giavazzata si mostrerebbero soltanto pieni di senso dello stato? Un giornale che ha ricominciato a farle, diciamolo pure.

La CGIL propone di portare domani una copia dellUnità sui nostri luoghi di lavoro e io non potrò farlo, perché qui l’Unità non si trova (e poi non è che abbia un luogo di lavoro e se anche la portassi a lezione domattina a Levallois, nessuno la noterebbe) ma ho scritto un post per metterla almeno qui, la mia copia dellUnità.

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11 pensieri su “E alcuni audaci in tasca l’Unità – #iostoconlunità

  1. Non vorrei commentare a sproposito perche’ non ho capito molto bene il senso delle ultime righe, pero’ diro’ che mi sono disamorata presto della politica reale. Quando ho iniziato a lavorare, per arrotondare durante gli studi, nei call center c’era la Fiom. E’ vero che ci assumevano con contratto da metalmeccanico perche’ non esistevano altre figure, ma i delegati sindacali sapevano poco dei co.co.co. e di precarieta’ e alle riunioni si parlava dei metalmeccanici veri, quelli in fabbrica, tutelati e iperdifesi. Era il 1998 e il resto e’ storia nota, compresi mancati rinnovi contrattuali. Altro che articolo 18. Ci sono almeno due generazioni di lavoratori che non hanno mai avuto il privilegio di un contratto che andasse oltre i tre mesi. Due giorni fa c’era un bell’articolo su Il Fatto che parlava proprio dello scollamento tra sindacato e lavori, manco lavoratori. Ciao e scusa se ho commentato off topic.

    1. ma no, non sei mica off topic. Ed è vero che i sindacati sono stati assai lontani dai nuovi lavori. Era quello che nel ’97, ’98, ’99 dicevamo e ci dicevano e tutti dicevano. Così adesso se iniziano a levare i diritti a chi difeso (non iperdifeso: difeso) ci viene da dire “tié, così impari”. Solo che alla fine chi non aveva diritti non li ha e chi li aveva non li ha più.

      E poi c’è quel fatto che il sindacato non è un ente benefico ma difende chi è iscritto al sindacato e se al sindacato si iscrivono i metalmeccanici e non quelli dei call center, purtroppo, i sindacati difendono i metalmeccanici e non quelli dei call center. Che tra l’altro, se sono co.co.co., non sono neanche tecnicamente dipendenti, ma quello è un discorso ancor più drammatico.

      1. Si, pero’ e’ anche vero che chi voleva essere tutelato e pensava di iscriversi sentiva parlare solo di tute blu e rinunciava. Vabbe’ e’ un discorso ampissimo. Sono felice che tu sia riuscito a tornare a commentare sul mio blog.

  2. Purtroppo, amico mio, il compagno C. è volato qualche anno fa insieme al compagno Berlinguer (Enrico).
    Non posso commentare sulla storia che racconti, perchè la ho vissuta tale e quale, insieme a te, e non saprei usare parole migliori (del resto, se quella “grannissima b***tana” della F. ti dava 8 un motivo ci sarà!).
    Sono d’accordo con te quando dici che la rimozione dell’Unità dalla bacheca di fabbrica è un attacco alla libertà di espressione. Tuttavia, non mi sento così nostalgico da difendere l’Unità in quanto giornale. Un giornale che ho smesso di stimare anni fa, con l’inizio dell’era De Gregorio. Un giornale che le domande, ahimè ha smesso di farle in modo chiaro, faceva inciucianti domande sul moderato stile PD. Le cacciate di Colombo e Padellaro sono state chiaro segno che il giornalismo, lì, era finito.
    Per quanto riguarda il sistema lavorativo, sono certo che vada riformato. Soprattutto perchè come dice la tua amica qua sopra, c’è stata una generazione iperprotetta, e molte nuove senza tutele. Aggiungo anche che di giovani operai ne conosco. Ed il risultato della cassa integrazione è che le aziende la usano come mezzo per aumentare i profitti. Quindi ben venga la rimozione dell’articolo 18 SE E SOLO SE si va verso una “personalizzazione del supporto”. Vale a dire che puoi venire licenziato, ma hai il sussidio di disoccupazione decente (non la miseria che passano oggi).

    1. ma perché iperprotetta? perché se licenziata senza giusta causa (cioè se licenziata perché gli girava al datore di lavoro, non perché l’azienda è in crisi, non perché questo se ne sta a casa e non fa un cazzo: solo perché per qualche motivo è stato licenziato) il datore di lavoro è obbligato a reintegrarlo?

      che i contratti precari siano quell’orrore che sono è chiaro, che colpa ne abbiano i metalmeccanici, invece, no.

      e poi, l’Unità in quanto giornale: beh, quando l’Unità la dirigeva Concita De Gregorio dava fastidio a Berlusconi ma non a Marchionne e stava bella tranquilla nelle bacheche delle fabbriche. Adesso è un giornale un po’ diverso, da quanto vedo online, un giornale assai più di partito e assai più vicino alla segreteria di quel partito. Ma parla di gente che lavora, a me ‘sta cosa non dispiace mica.

      e a parte questo: la F mi dava anche 9, per tua informazione, e un motivo c’era, c’è e sempre ci sarà.

      1. Credo che “giusta causa” sia dovuta al sistema manageriale italiota. Il “mi stai sulle scatole/mi dai fastidio ti licenzio/ti faccio licenziare”. Qui dove sono io si è liberi di licenziare. E nessuno si lamenta. Produci? Perchè dovrei licenziarti? Qui il concetto di sfruttamento (ecco quello che c’è in italia.. sfruttamento) non esiste. Ovvio che se pensiamo che gli italiani non cambieranno mai, beh.. teniamoci l’articolo 18. Ma almeno cambiamo il sistema di casse integrazione. Perchè con i milioni che lo stato regala ai vari marchionne, ci si potrebbero proteggere meglio i lavoratori.

        1. beh, potrei volerti licenziare – ad esempio – perché sei iscritto a un sindacato che mi rompe il cazzo. O perché sei nero, musulmano, gay, donna gravida o quel che vuoi te. Anche perché sei di scientology. O perché hai deciso di cambaire sesso. La differenza tra l’Italia e altri paesi in cui non c’è l’obbligo del reintegro ma c’è la compensazione economica è che in Italia non ci sono tutele contro le discriminazioni, ad esempio. Quindi se vogliamo fare un bel corpus di leggi contro le discriminazioni, facciamolo. E poi facciamo un bel sistema di ammortizzatori sociali, un bel sistema che riformi lo stato sociale e che cambi radicalmente la cassa integrazione. E poi aboliamo l’articol18. Solo che scommetti che poi non lo vuole più abolire nessuno? 🙂

  3. Preciso e puntuale come sempre.
    Personalmente aggiungo anche mi sono un pò rotto le balle di sentir dire che il problema del lavoro in italia è che i metalmeccanici sono iperprotetti e che le generazioni precedenti erano piene di privilegi.
    Anche gli imprenditori seri ti spiegano che i problema sono il “cuneo fiscale”, che dopo Prodi non ne parla più nessuno, (riscoperto forse da un paio di giorni) e i processi che durano 10 anni.

    1. la riduzione del cuneo fiscale! era una campagna elettorale di sei anni fa e il governo che vinse quelle elezioni lo fece in maniera così timida che vabbè, alla fine uno se le va sempre a cercare le critiche…

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