L’espressione nel viso di una cinese, ovvero: Jiang Quing e il Libbbbbanese

Non ve l’ho ancora detto, ma il lunedì sera, dalle sei e mezza alle nove e mezza, faccio un corso di espressione scritta in francese. Ebbene sì, perché sto qui da due anni ma scrivo ancora con la fatica di un analfabeta di ritorno, con la tortuosità di un estensore di regolamenti condominiali, con gli italianismi strutturali di un italiano che scrive in francese e non si applica a sufficienza. Dunque, il lunedì sera vado in questa scuola elementare del 10eme e sento questo professore che spiega come costruire le frasi, come argomentare, insomma queste cose qui.

Il gruppo è etnicamente composito: c’è l’inglese che parla come Matthew Raymond Burker (ma che del suddetto potrebbe essere il nonno), c’è la tedesca che si fa i cazzi suoi, gravida com’è, e che legge una biografia di Chostakovitch durante la pausa senza degnare gli altri di uno sguardo (ma che mi ha prestato una bic nera, quando la mia non fuzionava – inutile dire che sia la mia preferita), un giapponese con gli occhiali da manga, una coreana un filino sopra le righe che lavora nella moda, fa le battute, si risponde alle battute e ride, fa tutto da sola, una sudamericana fuori luogo, una signora che non saprei collocare geograficamente ma che immagino sia nata nell’Afrique-Occidentale française (o in quella équatoriale), che ne so dall’Alto Volta, da Dahomey, dall’Oubangui-Chari, dal Congo Centrale o da uno di quei posti che ora sono indipendenti e hanno cambiato nome perché parla sostanzialmente da madrelingua. Questa signora qui è anche simpatica, solo che parla sempre, è cocciuta e realmente reazionaria. E poi c’è una cinese, silenziosa, impassibile come negli stereotipi.

(c’è anche uno splendido italiano, ma che ve lo dico a fare?)

Solo che lunedì scorso è successo qualcosa: il volto della cinese è stato deformato da un’emozione, nello sguardo è passato qualcosa, la bocca si è contratta in una smorfia, insomma: si è incazzata. Si parlava di Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e non so come sia venuto fuori il discorso, qualche turista della democrazia si è posto la questione “Ma è una dichiarazione davvero universale? l’hanno firmata tutti?”. Il professore ha fatto un po’ la supercazzola quando è intervenuta, con tutta la sua inadeguatezza casalinga, il Passato Coloniale della Francia che ha strillato: “E il Tibet? avete presente cosa fanno i cinesi in Tibet!? Loro non l’hanno certo firmata, la carta!”. Esempio alla cazzo, converrete, anche perché non è che se uno firma poi dice eh no, ho firmato mica posso picchiare e torturare! avrei tanto voluto, ma ho firmato e quando un impegno è preso, è preso! Eppure niente, lei ha detto così: la Cina non ha firmato la dichiarazione e sono pure cattivi.

E’ stato in quel momento che si è rotto lo stereotipo: la cinese si è girata di novanta gradi, e – come sul monte Tabor – lei si è trasfigurata, solo che si è trasfigurata in Jiang Quing: negli occhi l’intera Rivoluzione Culturale, nella fronte aggrottata i percorso della Lunga Marcia, nella prossemica di chi sta per spiccare il Grande Balzo in avanti e nella bocca – ed è la cosa che mi ha fatto più paura – la smorfia der Libbanese in versione serie di Sky, quella col labbrino un po’ alzato che fa quando sta per ammazzarti dopo aver detto una frase che ritiene ultimativa.

E non ha detto niente. Niente, neanche un “Statènta!”. E la signora non se ne è neppure accorta.

Vi saprò dire lunedì quanti saremo al corso.

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