La fine dei tempi. Distopie e burrito.

Va di moda la distopia, da un po’ di tempo a questa parte. The Road, certo, di Cormac McCarty e il film che ne è venuto fuori. Poi Tullio Avoledo, per esempio. Ovviamente Niccolò Ammanniti (un sacco di Ammanniti, il peggio di Ammanniti, forse. Ecco: forse l’Ammanniti che mi piace di meno – ma non ci sto riflettendo molto e potrei voler ritrattare – è il distopico. Eccezion fatta per L’ultimo capodanno, che mi piace). E Altri giorni, altri alberi di Paolo Caredda, che raccontava una Genova post-tutto (ma non post Cosimo Francioso, non post genoana, insomma) stregata dalle gare di alberi di Natale e capace di farmi scordare i ritardi di un volo AirDolomiti, due Natali fa. Pure il libro che sto leggendo adesso è una distopia: una catastrofe climatica, si direbbe, si è abbattuta sulla terra, i bambini hanno bisogno di qualche anno di incubazione fuori dall’utero materno, in secchi colmi d’acqua, come girini in attesa di divenir rane, e i cimiteri, a cominciare da quello di Staglieno, a Genova, dove si svolge la vicenda principale, sono diventate bidonville. Sto parlando di Bambini bonsai di Paolo Zanotti, ma sono solo a pagina 70 e vi dirò di più, poi.

[Solo una cosa che noto, rileggendo: come mai Genova è distopica? ho letto solo tre romanzi ambientati a Genova, negli ultimi anni e il 66% parla di distopie… forse perché non sarà mai una città contemporanea, postindustriale ma resterà irrimediabilmente moderna, porto e industria, come dice Maurizio Maggiani?]

Ad ogni modo, vi siete mai chiesti come sarà il mondo after? After quel che volete: la guerra nucleare, la catastrofe ambientale, il disastro naturale, il giorno del giudizio, er giorno der giudizzio, l’era messianica, rivelazione raeliana dell’avvento degli Elohim… Come saranno le nostre città, i boschi, i fiumi, le strade? le biblioteche? i supermercati? Ecco, io non so quasi niente ma so come saranno i supermercati: assomiglieranno al Carrefour, il lunedì a mezzogiorno:

 

Niente, non c’era niente. Non c’era formaggio, non c’era carne, la verdura era vizza, gli scaffali vuoti. Uniche forme di vita: il cibo etnico sino-nippo-anglo-ispano-messicano e una catasta di angurie fuori stagione. Non voglio che finisca il mondo, io odio il burrito! Però stasera (anche se non ho ben chiaro che senso abbia un’avversativa, qui) però, dicevo, stasera ho fatto il gaspacho e sono molto contento di me, malgrado cetrioli e peperoni facciano la lotta su per il mio esofago.

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3 pensieri su “La fine dei tempi. Distopie e burrito.

    1. Grazie! quindi c’era un perché! non sapevo ci fosse uno sciopero! e io che credevo fosse soltanto indolenza! beh, solidarizzo con gli scioperanti: non ho trovato le spugne per pulire la cucina ho comunque potuto comprare gli yogurt!

  1. Vedo questo post solo adesso come mai? Boh!
    E’ vero che si vociferava su una “fine del mondo” in data di ieri, però cavolo si sono quasi portati a casa gli scaffali del Carrefour! 😀

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