Millenovecentosessantuno, 1961

Le foto sono in bianco e nero, sgranate. In una c’è un militare che sorride – il foglio è giallo -, nell’altra un astronauta, anzi: un cosmonauta, ché sul casco che pare fatto con una scatola di Dixan (come quando all’asilo le maestre ti facevano fare i vestiti di carnevale con materiale di risulta, tipo che noi eravamo tutti dei corvi Rockfeller vestiti di sacchi della rumenta e quelli dell’altra classe, maledetti, erano tutti degli astronauti con i caschi fatti con le scatole di Dixan), su quel casco che pare finto, dicevo, c’è scritto CCCP e questo vuol dire che era un compagno cosmonauta e non uno yankee astronauta (figuriamoci se si potevano immaginare che sarebbero esistiti i taikonauti, un giorno, che la Cina, all’epoca, faceva solo il riso).

Exposition Youri Gagarine, c’è scritto a pennarello rosso, preparata dalla classe 6eme D (che è la nostra prima media, se non siete stati attenti, quella con cui inizia il countdown, tanto per stare in tema, verso la términale e il BAC e io che li interrogo di italiano e li faccio piangere). Quella -e serve per non nasalizzare Gagarin, perché se i francesi vedono -in fanno una roba nasale e Gagarin, Putin, Elstin e – soprattutto – Lenin e Stalin diventano quindi Gagarine, Poutine, Hélstine e – soprattutto – Lénine e Staline.

Ora, perché cinquant’anni dopo, nel 2011, una prima media parigina allestisca una esposizione su Gagarin, resta per me un mistero. Esiste ancora il mito degli astronauti, al mondo? non siamo tutti smaliziati, non siamo tutti sicuri che nello spazio non ci sia altro che spazio, stelle e Giacobbo, non siamo privi di qualsiasi interesse per i lanci spaziali da quando si può comprare il biglietto? Non so, ma l’immaginario di astronauti & cow boy mi sembrava già invecchiato quando alle medie andavo io, all’incirca vent’anni fa, quando si stavano riattaccando le Germanie, ritagliando le stelle dalle bandiere dell’Europa dell’Est, ammainando quelle rosse dal Cremlino e accogliendo, sì accogliendo, i boat people che scappavano dall’Albania.

Poi ho pensato che in effetti, un avviso scritto a pennarelloPossibile che non abbiano una stampante? Forse il collège Raymond Queneau è una bolla sospesa negli anni Sessanta e i bambini, magari, parlano ancora di radio a transistor e di cosmonauti.

Ma si usavano i pennarelli rossi negli anni Sessanta?

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