Laudano, ovvero: Uno studio degli anni Settanta

Lo so, vi ho lasciato in sospeso per una settimana. Siamo rimasti che avevo scelto una dottoressa a caso e lei si era riservata di accettarmi nel caso fossimo andati d’accordo. E poi siamo rimasti che l’ho googlata e ho scoperto che era potenzialmente (ancora) più pazza del previsto. Bene, nell’annunciarvi che non ho più fatto piangere nessuno, vi racconto com’è andata.

Cazzo, cazzo, cazzissimo! in ritardo! ma si può arrivare in ritardo al primo appuntamento con la dottoressa che sta per farti un casting? Non si dovrebbe, ma si può quando lo stronzo che non si è presentato all’interrogazione mercoledì decide di presentarsi giovedì, a metà pomeriggio. Accantonando la mia serietà, ho velocizzato l’interrogazione (tanto era una capra e più di 8/20 non poteva prendere) e mi son buttato sull’RER, alle 17.30 ero già a Nation, alle 17.32 ero già sulla 6 ma poi si è rotta la metro e diosanto mi ritrovo in ritardo. La chiamo, la Dr, e le dico “Senta, sono in ritardo… spero di arrivare tra un quarto d’ora…”. Risponde lapidaria “Lo spero anche io” e deglutisco.

Arrivo con soli cinque minuti di ritardo e suono alla porta, entro e mi trovo in una sala d’aspetto, non c’è nessuno. Aspetto un po’ con un sorriso ebete e la faccia rassicurante, mentre mi guardo in torno ruotando solo gli occhi: divanetti di vimini un po’ sminchiati, un mobile fintantico, un tavolino infimo, le luci spente, un tappeto sporco e dei batik africaneggianti appesi alle pareti. Emetto la mia diagnosi: baba-cool. Dopo un po’ di immobilità, provo a bussare alla porta dello studio. Niente. Mi siedo. Poi mi rialzo e ribusso, più forte. Niente. Busso e apro la porta, sperando di non trovare nulla di sconcertante ma mi rendo conto che la porta non dà sullo studio ma su un disimpegno e che la porta dello studio è oltre. Che fare? Sento parlare nello studio quindi mi siedo e aspetto, aspetto, aspetto. Dopo un po’ suonano alla porta ed entra una vecchietta che si siede su un altro divanetto. Beh, se questa vecchietta viene dalla Dr non sarà poi una pazza, mi dico. Poi si apre la porta.

«E’ sua questa trousse?» mi dice Dr, prima ancora di buongiorno. Non assomiglia molto alla mia immagine mentale, devo dire, non so se corrisponde alla vostra: nella seconda metà dei cinquanta, capelli neri corvini (troppo corvini perché io ci creda, cara), crespi di un crespo all’incrocio tra Veronica Castro, Pam Grier e la mia parrucca di Carnevale da Corsaro Verde quando avevo 9 anni, un po’ gobba, non certo alta, vestita di viola e con uno stetoscopio che pende dal collo. Ha lo stetoscopio, è una dottoressa vera, mi dico, tralasciando quel che si legge sulle feste di Arcore, e dico «No… abbiamo un appuntamento… sono…» «Ah, sì sì, venga!» trilla lei, portandomi nello studio e chissà di chi sarà quella trousse.

Pavimento in graniglia come non ricordo di aver mai visto qui a Parigi, uno specchio, un carrello che pare traboccante di quelle sostanze che si leggono nei romanzi dell’Ottocento (che ne so… laudano?), garze in giro, libri per terra, un Macbook air collegato a un’altra tastiera mentre un altro mac sta per terra, un lettino un tantino liso, che credo di aver visto in un film che non avrebbe mai vinto l’Oscar per i costumi. C’è un diploma appeso, quindi è una dottoressa vera, mi dico. Mi siedo, mi guarda e mi dice «Sì, credo che potrebbe andare bene, mi dia la sua carte vitale». Cioè, basta questo per andare d’accordo? siamo davvero nella società dell’apparenza, che diamine? Quasi.

«Ah, lei è italiano… io so lo spagnolo ma non ho mai capito se so anche l’italiano… cioè, ho iniziato a studiarlo,  lo imparo con l’Opera… poi ho mollato il mio fidanzato italiano e ho risolto il problema alla radice» eh eh, dico io «Ah, ma lei è nato il 24 aprile! come me! ma di sicuro lei è più giovane!» Ma no… chi lo sa… «Ah, lei è gentile… che lavoro fa? e dove abita? ed è malato?» Poi parliamo di mac, mi dice come fare a riparare il mio portatile che accusa problemi allo schermo e poi, dal nulla, mi dice “Si spogli!” proprio come in quel film che vi dicevo! Mi misura la pressione, parlando d’altro, poi mi ausculta (ma perché lo stetoscopio è sempre così gelido?), poi mi dice “Si rivesta!” e aggiunge “Paga in contanti o in assegni?”. Pago i 23 euro, compiliamo i moduli e mi sento felice, perché ho un medico curante. Un medico un po’ bislacco, va bene, una strana signora con uno strano studio reduci entrambi degli anni Settanta, ma il mio medico di Genova aveva Famiglia Cristiana in sala d’aspetto e non Courrier International!

Sto per uscire soddisfatto e con un altro foglio timbrato da aggiungere al dossier quando mi blocca sulla porta: “Aspetti! Come sta messo a vaccinazioni?” A vaccinazioni? “Sì sì, ce l’ha un libretto delle vaccinazioni?” … “Perché sarebbe il caso che si facesse vaccinare… io di solito faccio tetano, polio e [un’altra cosa che mi son dimenticato], che ne dice?” … “Si informi, però eh? e poi mi faccia sapere!” OK.

Ecco, io non intendo farmi vaccinare a nulla del genere, però ho una medica trattante ed è un passo avanti. Se non fosse che la Caisse Maladie mi ha respinto, ma è una storia ancor più lunga e non ve la racconto, che non vi serve.

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11 pensieri su “Laudano, ovvero: Uno studio degli anni Settanta

  1. ammiro il tuo coraggio, io me ne sarei andata appena visto il tappeto sporco. e informala che in italia vaccinano i bambini contro quelle cose lì, anche se lei magari non ci crede.

      1. oh, cavoli. vabeh, però c’ho quella per le zecche, è un bonus!
        preferisco comunque la mia nuova dottoressa generica, che dà del tu a me e sami, vezzeggia jan e si fa spiegare dalla sua assistente (vecchia uguale) come si usa il software per fare le ricette.

  2. Spero che non voglia metterti anche il microchip, dopo le vaccinazioni!
    Secondo me ha subìto il fascino italiano già al telefono, per quello ha voluto vedere “se andavate d’accordo” …
    Al prossimo “si spogli”, ricordatene 😀

    PS: oh ma sono fissati con gli assegni eh!

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