Le canzoni politiche che non ti aspetti

Qualche fa si è acceso un dibattito che, un tempo, sarei stato in grado di troncare sul nascere ma che ormai, con la vecchiezza che mi mangia il fosforo e con il prezzo del pesce quand’anche surgelato, non ho saputo dominare: “Che canzone cantava Anna Oxa a Sanremo nel 1986?“.

Io sapevo che non era “Un’emozione da poco” (Sanremo 1978, quando si conciava punk) e ricordavo anche che aveva dato scandalo per la pancia nuda sul palco dell’Ariston, ma non ricordavo il pezzo. Ho buttato là “Donna con te” (Sanremo 1990) ma sapevo che era solo un tentativo come quando si chiamava il Cruciverbone di Domenica In o si telefonava a Via Teulada 66 (presentato, tra l’altro, dall’odiosissima Goggi, che aveva presentato anche Sanremo 1986 e qui si chiude il cerchio).
La risposta ultimativa sarebbe stata “E’ tutto un attimo“, scritta anche da Umberto Smaila, che arrivò quinta dopo la grande scoperta Eros Ramazzotti, la grande sorpresa Renzo Arbore e la da sempre inqualificabile Marcella-senza-un-briciolo-di-testa (come se / odiassi me, scriveva il sopravvalutato Mogol). Al sesto posto, invece, era arrivata Orietta Berti con una canzone politica. Ma non una canzone politica come quando si dice che “Papaveri e Papere” era una canzone politica sul popolo papera e i papaveri che pappano, anche se nessuno all’epoca se n’era accorto: una vera canzone politica che parla di Politica e del Futuro del Mondo e che, infatti, si intitola didascalicamente “Futuro”. Perché uno non ci fa caso, ma pure i cantanti più impensabili, pure le gentili signore che fanno collezione di bambole e a cui nessuno può voler male, hanno sentito prima o poi il desiderio di dire qualcosa di politico, su musica di Umberto-sciolgo-le-trecce-e-i-cavalli-Balsamo. Certo, visto che si parla del 1986 e si parla di Sanremo e si parla di Orietta Berti, il messaggio non è forse dei più raffinati né dei più netti, ma testimonia un preciso desiderio di impegno:

Il giornale che ci tortura,
il Sudafrica fa paura,
mentre il giorno diventa sera
in casa mia.

In un’Italia assai lontana dal multiculturalismo, in cui tutti erano bianchi, in cui il massimo della differenza religiosa erano i Testimoni di Geova e in un Nord in cui, quando la maestra diceva immigrati, si riferiva alla mia compagna di classe coi genitori di Salerno, il simbolo della paura era il Sudafrica dell’apartheid. Erano gli anni Ottanta e i paesi della crudeltà non erano ancora Ruanda & Bosnia ma il Sudafrica che, oggi, ricordiamo solo per Waka Waka. (Si noti che “giornale” è scritto minuscolo e non si riferisce ancora né a Fini né a qualche altro dossierato).

E i ragazzi son sempre quelli
che si sentono forti e belli
in un mondo che cambieranno
e andranno via.
Ma c’è un re con un gran cavallo
che decide quando si balla
e la storia che si ripete è sempre quella.

Che poi è come dire Tutto scorre prima dei Negramaro e di quello greco: ieri c’era la signora Galimberti, oggi c’è Orietta Berti e domani ci saranno Omar e Otis. Ma la vita di tutti noi, esseri umani, è governata da questo re con questo gran cavallo che fa quel che vuole, pappa i papaveri e noi povere papere. Parrebbe il luogo comune più trito, parrebbe una favola di Esopo eppure no, perché Orietta Berti sembra schierarsi:

A voi russi o americani
io non delego il suo domani
su mio figlio non metterete le vostre mani.

Capito? niente russi, niente americani: Orietta Berti sta con il maresciallo Tito e con i Non-Allineati che, nel 1986, erano rappresentati dall’affabile Robert Mugabe. Ma c’è chi dice che questa sia una interpretazione esagerata, che la Berti titina sia un po’ troppo e che in realtà voglia dire: fatemi fare la vita mia che a me non interessa niente dei bombardamenti in Nicaragua e neppure di quelli in Afghanistan. In effetti le parole successive paiono essere in linea con questa ipotesi:

Voglio ancora una vita e un aquilone,
voglio ancora due sassi da buttare,
dire sì, dire no, dire amore
e insegnarti che tu puoi volare.

Devi fare la guerra dei bottoni,
devi avere la forza di cantare,
figlio mio, neanche Dio può capire
quanto è bello guardarti dormire.

Sì, forse è così: fatemi fare la vita mia, fate – soprattutto ! – fare la vita sua al povero Otis che ha pochi anni e si deve divertire sì a giocare alla guerra, ma solo quella dei bottoni. Come nella più pura tradizione italiana, poi, la Madre si pone al di sopra di Dio perché solo Sua Mamma può capire quanto è bello guardare dormire Otis, e nel caso specifico non credo di poter dissentire.

Oggi è tempo di stare attenti
e non parlo dei delinquenti,
questa volte non c’è Pilato,
è andato via.
Siamo tutti un po’ responsabili
se la vita sarà impossibile,
non c’è un alibi che tenga alla follia.

Questi sono versi piuttosto ineffabili, ci sfugge il significato preciso ma capiamo il contesto: il vero problema non sono i borseggiatori perché i veri ladri stanno a Roma, il burattinaio è a Palazzo Chigi eccetera. E poi il mondo è pazzo, come cantava anche Lorella Cuccarini e, prima di lei, Gino Santercole. D’altra parte, Orietta Berti si chiama corresponsabile dello sfacelo del mondo, forse riferendosi al ruolo di Io tu e le rose nel triste affaire del suicidio Tenco.

E a quel re con un gran cavallo
dico io quando si balla
e la storia che si ripete non sarà quella.
A voi russi o americani
io non delego il suo domani,
su mio figlio non metterete le vostre mani.

La chiusa è una chiamata alle armi, una dichiarazione di impegno e un attacco al Potere: caro il mio re con un gran cavallo, non ti farò certo scegliere il futuro mio e di Otis! sarò io a decidere e tu dovrai solo obbedire, perché sei un mio dipendente, come avrebbe poi detto – senza citarla ! – Beppe Grillo. Orietta Berti resterà lontana da Sanremo per ben sei anni, fino a continuare la lotta con la canzone Rumba di tango, in coppia con Giorgio Faletti che, non a caso, ieri sera faceva il sindacalista anti-BR su Raiuno.

Credo che in futuro potrei tornare sulle canzoni politiche che non ti aspetti, mi stimolano molto.

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29 pensieri su “Le canzoni politiche che non ti aspetti

    1. Mi spiace contraddire Lei, mio caro capzioso: la sig. ra Berti ha anche una collezione di acquasantiere ma, come dice il sito ufficiale, «la prima e, soprattutto, la più nota collezione di Orietta Berti» è quella di bambole. Belle bambole, tra l’altro, a giudicare dalle foto…

  1. Siccome mi è piaciuto tanto il post su Catherine Deneuve e i commenti che ne sono seguiti a proposito dei vip incontrati per strada, mi riallaccio: io una volta l’ho incontrata, Orietta Berti.

        1. OK, il giuoco sta diventando un po’ fine a se stesso quindi mi ritiro con Bono Vox, assieme a Gorbaciov tra l’altro, in giro per la Fiera del Libro di Torino.

          😉

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