Je suis rital et je le reste, ovvero: Canzoni dell’immigrazione italiana e lezioni che si fa fatica a imparare

Deve essere successo qualcosa di strano nel 1983, qualche morbo di fierezza nazionale deve aver colpito gli italiani e secondo me il Mundialito e Paolo Rossi, Pertini e Craxi non c’entrano niente. A febbraio Toto Cutugno, con la chitarra in mano e una sciarpa bianca sulle spalle, arriva quinto a Sanremo cantando l’orgoglio dell’italiano: gli spaghetti al dente, il canarino sopra la finestra, la moviola la domenica in tivù, l’amore, il cuore, e la crema da barba alla menta.

Nello stesso anno in Francia (e in Belgio) spopola un’altra canzone che esalta l’orgoglio dell’italiano, questa volta dell’italiano emigrato: Le rital. Interprete di questo pezzo è Claude Barzotti, battezzato però Francesco, la cui popolarità esplose  al punto di diventare uno degli uomini più amati dalle donne francesi che, forse, si erano fatte dire da qualche lombardo il significato del suo cognome. Ad ogni modo, Barzotti fa palpitare i cuori, vende una enormità di dischi in tutta la francofonia e lo fa raccontando la sua dolorosa vita di figlio di immigrati e il suo orgoglio di essere rital, che è una parola che un tempo risultava assai offensiva ma che oggi, quando gli sfigati in Francia non son più gli italiani, è decisamente neutra. Ad ogni modo, la canzone è questa qui:

Per i non francofoni o per coloro che non hanno avuto il coraggio di ascoltarla: Francesco Barzotti (detto Claude) da bambino non aveva amici, perché era italiano. Avrebbe preferito chiamarsi Dupont, il Barzotti, e sognava di avere gli occhi chiari e di essere bianco (bianco!?), dando la colpa delle sue disgrazie al padre. Ed ecco la rivincita: sì, dice il Barzotti, sono straniero e me l’avete detto milioni di volte, sì, vengo dal più profondo Sud dell’Italia e sì, ho l’accento italiano e lo sono in tutto e per tutto ma… (refrain): Sono un rital e lo rimango, nelle mie parole e nei miei gesti, ascolto musica italiana, sono italiano nel modo in cui mi incazzo, in cui sono dolce, in cui prego. E cosa ama dell’Italia, cosa lo rende così orgoglioso? Les amours de Verone, le spaghettis, le minestrone, le ragazze di Napoli (nel video accompagna il dettaglio da movenze protoberlusconiane), la Gioconda che – ahimé! – sta a Parigi. Nella canzone, ogni tanto, canta Arrivederci Roma alla Rascel. Sipario.

La mia convinzione è che Claude Barzotti non avesse amici per la capigliatura e per il modo francamente imbarazzante con cui si muove e tiene il tempo. Anzi, vorrei sommessamente fargli presente che quel che lui crede essere rital dans le geste è – in realtà – essere Tony Santagata, potete scegliere se nella versione Lu Maritiellu o in quella Padre Pio ho bisogno di te. Ad ogni modo, enorme tube francese degli anni ’80, ‘sta Je suis rital et je le reste. Certo Claude Barzotti non è mai riuscito a bissare il successo di questa indecenza e si è un po’ fossilizzato nel ruolo del piccolo italo-belga figlio di immigrati che tanto hanno sofferto (qui, ad esempio, campiona pure Fratelli d’Italia cosa che neppure Minoreitanobuonanima!), ma d’altra parte quanta gente ha avuto un unico successo nella vita? Eh, Valeria Rossi? Eh, Niki-L’ultimo-bicchiere? Eh, Carolina-Aeroplano?

Ad ogni modo, tutti noi dovremmo avere soldiarietà per un nostro connazionale che ha sofferto e che ha sentito sulla pelle l’infamia del pregiudizio e della discriminazione. No? Perché lui ha capito, cazzo, da bambino non lo facevano giocare neanche se portava il supertele! lo pigliavano per il culo per quei capelli color corvo! Lui ha capito!

Se non fosse che nel 1999 ha scritto una commedia musicale che si intitola Les nouveaux nomades ma che nessuno ha mai messo in scena per il piccolo fatto che è una specie di pièce paranazista la cui canzone principale non è Springtime for Hitler and Germany ma La France est aux Français, la Francia è dei francesi. Nella godibile marcetta buona per Borghezio o Hortefeux, Barzotti dice cose del tipo: Siete venuti qua a rosicchiare come topi, voi inquinate la Francia con i nostri soldi, perché vi paghiamo salario minimo e disoccupazione. Andatevene, levatevi dalle palle, tornate a casa vostra che non c’è più lavoro, bisogna spazzarvi via la Francia è dei francesi, questa non è più Parigi, sembra Casablanca o Gibuti, ci ingravidate le donne e generate dei bastardi eccetera eccetera lungo i soliti percorsi da Radio Padania con la meravigliosa chiusa

Se avessimo saputo!
Ma siamo troppo buoni
Ora basta, è finita
Andate via coglioni

Quando la notizia è uscita, il Belgio si è infiammato, è stato accusato di razzismo ma Claude Barzotti dice di essere stato frainteso, che non erano parole sue ma di un personaggio della commedia musicale che nessuno ha mai prodotto.

Certo che più ne leggo, più mi sembra che il Belgio assomigli all’Italia!

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13 pensieri su “Je suis rital et je le reste, ovvero: Canzoni dell’immigrazione italiana e lezioni che si fa fatica a imparare

  1. a proposito della Gioconda… non so se hai visto lo spot per un libro in TV (si, si…in TV!!!). insomma c’è sta scenetta di soldati tutti sporchi (divise perfettamente stirate ma loro sono sanguinanti; le divise sono italiane, presumibilmente dell”800) che cercando di affrontare un campo di battaglia per mettere in salvo un papiro, una pergamena…insomma una cosa che portano protetta nella giubba. Io ho pensato, vuoi vedere che portano al sicuro, chenesò.. la Costituzione, i Diritti umani ecc… (non c’entra per niente con il periodo storico ma mi dissi, sarà “licenza registica”). Poi si sente finalmente una voce : L’italia è una Repubblica fondata sulla bellezza! e tirano fuori una bandiera e la issano (tipo la scena da Iwo Jima). che bandiera sarà mai?? quella italiana? naaah. la riproduzione della Gioconda! insomma è la pubblicità di un librone da qualche centinaio di € tutto patinato che racconda le ricchezze artistiche dell’Italia. sono confusa, aiuto!
    PS. il sig. figlio di emigranti dovrebbe un attimo rivedere alcune priorità nella vita. il fatto che lo faccia in Belgio non lo aiuta..:-/

    1. beh dai temevo peggio… alla fine un libro sulle bellezze d’Italia ha qualche dignità, io temevo fosse la maglietta della nazionale o la coppa del mondo… no, ormai la coppa del mondo non più…

  2. Eh bon, mi hai levato le castagne dal fuoco. E’ una vita che penso di fare un post su “je suis rital”, ma ho sempre pensato di non essere all’altezza. Ben venga dunque la tua autorevolezza!

    Il verso che mi colpisce di più di quest’allegra canzonetta è “j’ai la mémoire de mon espèce”, una sorta di rivendicazione forte della differenza quasi biologica, alla faccia dell’integrazione tanto sbandierata oggi a destra a manca (sempre, ovviamente, in negativo: “gli altri non si integrano, non vogliono integrarsi”).
    Il dérapage della commedia musicale è un po’ controverso, comunque. Il personaggio che pronuncia quelle frasi è un destro razzista nazionalista. Da qui a dire che l’autore sposa le sue tesi… boh. Fatto sta che nessuno ha mai prodotto il musical (e ciò non sarà di sicuro un grave danno per la Storia della Musica, contenuto a parte).

    PS: il piccolo Claude sognava di essere un bimbo blond, non blanc (quand même!)

    1. sì, ma infatti: io gli darò in beneficio del dubbio, ricacciando il tentativo lombrosiano di considerarlo fascio solo per la faccia e il vestito.

      Ah, dice blond? meno male, avevo capito blanc e davvero mi pareva troppo!

  3. mi fa pensare a mio papà, siculo vero, che nel traffico di genova si destreggia urlando “via dalle balle, TERRONE!”
    la coerenza non è il punto di forza della generazione anni ’50.

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