Suibhne e Ratko in Danimarca lottano contro l’apartheid, circa

Nel luglio 2000 stavo tornando da Malmø a Genova in treno. [Son cose, giovani lettori, che si facevano quando non c’erano le low cost e si usava fare gli interrail: si attraversava l’Europa per tre settimane con un biglietto da qualcosa tipo trecentomila lire]. Quella volta, dicevo, stavo tornando a casa da Malmø, dove c’era stato il festival mondiale della gioventù socialista, avrei cambiato treno a Copenhagen (dopo il ponte sull’Øresund), ad Amburgo, a Mannheim e – infine – a Milano.

Mi accomodo in un lussuoso intercity alla stazione di Copenhagen, vicino a me si siede un ragazzo coi capelli cortissimi e il mio stesso braccialetto arancione che testimoniava il nostro essere giovani socialisti di ritorno da un campeggio, davanti a me una ragazza bianca di un latte mai visto, con i capelli biondastri e un po’ di ciccetta, e sua madre, qualcosa a metà strada tra Angela Lansbury e Angela Merkel. Io mi faccio i cazzi miei, lui si fa i cazzi suoi, dopo un po’ la signora attacca a parlare e nel giro di qualche minuto il nostro gruppo inizia a discutere di qualsiasi cosa.

Io mi chiamo Suibhne, vengo da Genova e studio letteratura. “Ma perché studiate tutti letteratura, voi in Europa?” e “Non credevo fossi italiano, avrei detto tedesco” dicono le due. Io piango di gioia. Lui si chiama Ratko (“Come Mladic?” chiedo, lui non apprezza) è svizzero, di madre ceca e padre croato, ed è sostanzialmente anarchico: “Sai perché noi svizzeri abbiamo il passaporto rosso? perché quando faremo la rivoluzione non avremo bisogno di cambiarli” dice, ma non gli credo molto. La madre e la figlia si chiamano chissà come, proprio non ricordo. Ma venivano dal Sudafrica, la madre in pensione, la figlia studiava ingegneria, mi pare. “Sai che tutti gli ingegneri in Sudafrica sono italiani?” no, non lo sapevo. Poi dico che un paio di giorni prima al festival Iusy era venuto Thabo Mbeki, che allora era presidente del Sudafrica. Lo dico con l’ingenuità di chi crede che un presidente sia amato dal popolo che lo elegge, soprattutto quando si tratta del delfino di Nelson Mandela, che è un eroe del XX secolo, quello che ha dato la libertà a tutto un popolo, eccetera. Ingenuo, ve l’avevo detto. Le due storcono la bocca come per dire “bella merda” e io cambio discorso paraculescamente. Ratko, invece, no e chiede spiegazioni: da quando è finito l’apartheid, dice la mamma mentre la figlia si eclissa, è tutto peggiorato, ci sono meno soldi in giro, Mandela e i neri si intascano tutto e siamo arrivati alla follia che bisogna scrivere “Attenti al cane” in undici lingue! Undici, vi rendete conto? E i neri neanche sanno leggere! Ormai non c’è lavoro per i bianchi, c’è una violenza mai vista e mia figlia non trova lavoro solo per il colore della sua pelle. Io – che sarò anche paraculo ma a certe cose ci tengo – dico che però la libertà, la democrazia, gli esclusi per generazioni che devono avere gli stessi diritti, la discriminazione positiva… Ratko dice che non è possibile che difendano l’apartheid, uno dei più grandi crimini della storia, si agita molto e strilla assai, la madre dice che deve stare zitto che lui non c’era e non sa di cosa parla, che è la linea difensiva di ogni stronzo, alla fine. Ratko sbatte il tavolino dell’intercity e va a fare un giro per il treno, tanto tra poco ci incapsuleranno in un traghetto che ci porterà in Germania per la via più breve. Io dopo un po’ lo raggiungo, parliamo un po’ male delle due, ci inquietiamo per la crescita del nazionalismo in Europa, gli dico che l’anno successivo avrebbe vinto Berlusconi. Who? mi chiede.

Scendiamo tutti ad Amburgo, le due continuano il giro dell’Europa, Ratko va al compeanno della nonna nella campagna boema, io torno a Genova.

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5 pensieri su “Suibhne e Ratko in Danimarca lottano contro l’apartheid, circa

  1. Non so perché, ma l’idea di questo ragazzo che torna dal festival mondiale della gioventù socialista di Malmø e attraversa in treno il ponte sull’Øresund, mi è sembrata molto evocativa, sembrava la scena di un film d’autore 😀

    Penso sia il fascino dei nomi esotici, altrimenti non si spiega 😛

      1. Mi riferisco all’idea platonica di giovane socialista che attraversa il ponte sull’Øresund a bordo di un treno in partenza da Malmø 😀

        Però, se proprio devo scegliere, Ratko ha un nome idiota e in più è pure anarchico, quindi è un personaggio cinematograficamente più forte, mi dispiace u__u

  2. oddio, andare a un festival mondiale della gioventu socialista e’ un mio sogno! fai anche tu scambio di magliette con tutti i gruppi di giovani socialisti d’europa? fino a quanti anni si puo’ andare? e’ vero che si tromba moltissimo? per il resto ho fatto anche io l’inter-rail e ho conosciuto un paio di ragazzi sudafricani bianchi che erano grossissimi e molto stupidi.

    1. allora, procederò per punti che sono in ritardo:

      1) sì, ma pure di tutto il mondo. Ho magliette socialiste argentine e polacche, ad esempio…
      2) dipende, i libanesi erano oltre la quarantina, gli italiani sotto la trentina…
      3) dipende dall’attitudine personale, diciamo
      4) iniziamo a dedurre alcune cose dei sudafricani in Europa: sono bianchi e stupidi.

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