Un mese. Trentacinque giorni, anzi

Di magliette di ricambio, di uno zainetto a strisce, di une baguette.

Di opposizioni fonematiche, di [y] e [u], di [ŋ] e [ɲ].

Di cozze, cameriere sgarbate, frites à volonté e 10 euro di sconto. Di Modern Family, The Good Wife, di Flash-duepalle-Forward, a far finta che mi piace, e un po’ di Boris. Di Dexter 3, soprattutto, che la prima e la seconda le diamo per scontate. Di riscaldamento acceso, spento, riacceso, che non si capisce mai che temperatura ci sia.

Di raffreddori, uno suo, uno mio. Di carta igienica, che in due finisce subito. Di come cazzo si appendono due tavolette di sughero, di prendi le misure, di non ci arrivo, prendimelo tu, di Ikea, due volte. Di cinéma, che io non pago ma lui sì. Di francesi, cinesi (e ci dimenticavamo il pollo alla citronelle!), di belgi – ve l’ho già detto -, di libanesi, che però libanesi non sono. Di un Leader Price a Nationale, chissà perché.

Di discussioni. Litigate? Discussioni. Di me, che sto zitto e guardo davanti. O di me, che sto zitto e mi tocco il mento. O di me, che sto zitto e lui dice che se non parlo… E io non parlo, e dovrei e mi chiedo se sono capace. Di Roman Polanski e di Carmen Consoli.

Ma anche di Grégoire, Cœur de Pirates e Tutti vogliono prendere il suo posto. Di piatti da lavare e bicchieri che si moltiplicano, di guanti troppo grossi. Del freddo che fa e del giubbotto che non si trova. Di labbra. Di mani ferite, di baci sulle mani.

Di Ho detto qualcosa stanote? E di No, stai tranquillo… ma come hai dormito?

Di me, col labbro di sotto, di lui, con gli occhiali sul naso. Di imitarci.

Di tapis roulants. Di centri commerciali. Di due case, un trasloco, sette piani, un doblò. Di un sacco di cose confuse, di labbra, di occhi, di sguardi. Di due parole, tante volte.

Della nausea, stamattina, che chissà che avremo mangiato. Sì vabbé, c’entrasse il mangiare…

Un mese. Trentacinque giorni, anzi.

Ventitre metri quadri.

In due.

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9 pensieri su “Un mese. Trentacinque giorni, anzi

  1. “Io non so amministrare il tempo. Lui sa.
    Io non so ballare e lui sa.
    Non so scrivere a macchina; e lui sa.
    Non so guidare l’automobile. Se gli propongo di prendere anch’io la patente, non vuole. Dice che tanto non ci riuscirei mai. Credo che gli piaccia, per tanti aspetti, da lui.
    Io non so cantare, lui sa”.

    Come dire: la Natalia Ginzburg sarebbe fiera di te.
    Io pure. Bello il numero due. Un po’ meno in 23 metri quadri, ma uno se ne può fare una ragione.

  2. Auguri. Non ti dico che sotto i trenta in due, dopo qualche mese “le Lebensraum vous portera”. E poi vi sono ventitré e ventitré, che diamine. Un ventitré nel quinto fa almeno un trentasei nel ventesimo. Ma un mese è passato, il pellegrinaggio all’Ikea è stato compiuto: nessuna scusa ora per rimandare la cremagliera.

  3. avevi ragione. la versione del disco la canta un altro. vergogna! vergogna! verg- meno male che non ho comprato il disco a fnac.
    comunque julian dorè io me lo farè 😉

    (e di tutto il resto)

    (e ti rispondo io: sì, sei capace)

    n.

  4. io mi sento male a stare in due in 40 metri quadri, e fra 4 mesi saremmo in 3. forse potrei giocarmi 2, 3, 4 e 40 al lotto e sperare, vincendo, di trasferirci in 80 metri quadri.

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