Il mio passato (e un prodigio) in una scatola di Rocher

Il mio passaporto sta dove stanno tutti i passaporti di casa, cioè dove sono stati riposti i primi passaporti che un membro della mia famiglia (per quanto grande sia) abbia fatto, vale a dire in una scatola di Ferrero Rocher nel comò in camera dei miei. All’interno della scatola ho sempre notato una quantità di fogli, foglietti e altre cose strane, stasera che il passaporto mi serviva perché devo riferire il numero al nuovo padrone di casa pro tempore ho deciso di esplorare. Tra i frammenti che, chissà con che criterio, mia madre ha selezionato per la  scatola di Rocher (perché un biglietto di Natale assai anonimo del 2003? perché quello e nessun altro? perché una scheda telefonica del 1995, commemorante il centenario della radio?) ho trovato due lettere che mio padre le aveva scritto nel luglio del 1968.

Se là in fondo non ci fosse la firma, la stessa quarantun anni dopo, non riuscirei a credere che quello che esordiva “Amore mio” e procedeva raccontando quanto lei gli mancasse e che ogni giorno, tornando a casa dal lavoro, aveva l’istinto di cercarla davanti “al portone della sua amica” dove, evidentemente, lo aspettava, beh non crederei che quel compìto e tenero venticinquenne fosse lo stesso essere umano che stasera si è angosciato in campagna nell’attesa del risultato definitivo da Marassi, odiando il televideo che non dava i gol in diretta. Eppure mio padre, nel 1968, scriveva a mia madre, che era in vacanza con mia nonna e le amiche di mia nonna, parlava del tempo (“Oggi è il primo giorno di ferie ed è terribilmente brutto, speriamo sia un temporale passeggero ma dubito”), del nipote che mangia che “è un piacere starlo a guardare”, del lavoro in porto (“Stare dalla mattina alla sera sotto i raggi del solo è snervante anche al mare, figurati a lavorare”) e concludeva con “Ti lascio, vado a finire di leggere “Le anime morte”, un ottimo libro di Gogol”. Tra l’altro, sono quasi sicuro che quest’ultima fosse una spacconata, domani lo chiamo e lo interrogo.

Ad ogni modo, tra il codice di un bancomat di un mondo in cui c’era ancora il Credito Italiano, la ricevuta del pranzo di comunione (1.003.000 lire, scontato a 970.000 lire… chissà se era tanto, per un pranzo di comunione, nel 1989…) ho trovato un reperto in grado di rendere Suibhne ancora più prodigioso. Pare che a quattro anni io abbia scritto una poesia. Devo dire che non era una poesia molto molto bella, però sempre di poesia si tratta. L’avrò probabilmente dettata, visto che non sapevo tenere un uniposca in mano, ma c’è un indiscutibile foglio scritto a macchina in cui si legge:

La sera,
stupenda sera
scendi come un velo
sulla città deserta.
Si accendono, pian piano,
le luci ammalianti:
M’incanto a guardarle
e penso alla vita
stupenda vita che passa.

F.to Suibhne anni 4 (quasi)

Va bene, va bene, non è granché. Però 1) ti pare che a quattro anni pensi alla vita che passa!? 2) dove cacchio li avevo recuperati i luoghi comuni!? 3) le luci AMMALIANTI!? e chi mi ha insegnato ‘sti paroloni!? Mia madre, che doveva essere orgogliosa della genialità del figlio, ha aggiunto – vi giuro – le Note autobiografiche, scritte sotto:

NOTE AUTOBIOGRAFICHE:
Suibhe, nato a Genova il 24/4/1979 da Padre e dalla meravigliosa e stupenda MADRE [questo aiuta a individuare l’identità dello scriba]. Dopo 19 mesi è nata la sua stupenda e adorata SORELLINA [interpolazione per evitare la gelosia della figlia meno dotata?] che Lui [in maiuscolo, giuro] adora più che tutti al mondo.
All’età di 4 anni compone la sua I° poesia:
LA PRIMAVERA

Segue una firma chiaramente non mia, fatta a matita. Mi sfugge il motivo per cui una poesia sulla sera che scende e fa pensare alla morte si intitoli “La primavera” ma non si può chiedere troppo a un bambino di quattro anni (quasi), no? e poi non è l’unica cosa dei miei scritti infantili che non si capiva, se ben ricordate.

Ora, c’è una cosa che non vi ho detto e che rende la scoperta inquietante: nella scatola non ho trovato il foglio, bensì 8 frammenti del foglio originale che era stato strappato! Io li ho recuperati come rotoli di Qumran e li ho ricomposti per darvi lettura del contenuto. Ma, come direbbe la Leosini, da chi è stato strappato e perché? Da una sorella invidiosa? Da un Suibhne colto da adolescenziale vergogna? Oppure dalle solite forze del male – sotto forma di italianisti, bibliotecari o dio – che cercano di impedirmi di diventare il Campione del Bene?

Inutile dire che un sospetto ce l’ho…

Per i commenti “originali”, vedere qui

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