Il deficiente nella neve. Post drammatico con finale oscuro.

Non so quale atavismo scatti in casa mia, ma quando nevischia qui si accende il panico. Forse la diffidenza di due persone cresciute in una città di mare per ‘sta roba fredda e bianca che copre le strade e non capisci chi gliel’abbia chiesto. La neve, in casa mia, son autobus che non vanno, impicci, ghiaccio e salacate per terra. Per questo stasera mio padre, sotto forma di mia madre apprensiva, ha cercato di farmi desistere dall’uscire e – soprattutto – dal prendere la macchina.

“Guarda che si blocca tutto, eh?” “Guarda che poi non riesci a tornare a casa! ma cosa esci a fare?” “Hanno dato l’allerta 1!” (che nessuno ha mai capito se l’allerta 1 è il più grave o il meno grave).

Io non è che ne avessi una voglia estrema, devo dire. Però ho deciso di uscire come fossi un exemplum io stesso: si può uscire di casa anche quando nevica, come credi che facciano in Alaska? “Le tue battute cretine te le puoi tenere per te” dice mia madre ed io esco.

Beviamo qualcosa in un posto dove il cellulare non prende. Esco e la città è innevatella, sul cellulare ho tre messaggi: due avvisi della segreteria e mia madre che dice “Chiamami subito. Qui c’è una burrasca di neve non venire su perché non ci riesci“.

A questo punto, io lo so, c’è bisogno di un poco di esegesi: io abito un po’ in altura ed è vero che nel caso di ingenti nevicate diventa inaccessibile alle auto. Io però mi guardo intorno e vedo fioccherelli che cadono gentili, la chiamo e faccio un po’ lo stupido, poi sento che si innervosisce, povera donna, e faccio ancora un po’ lo stupido e poi torno normale per dirle di non preoccuparsi, che avrei messo l’auto nel box un po’ più a valle “E come credi di fare a fare la rampetta?” “Ma guarda che la rampetta è coperta” bluffo io, tranquillizzandola. Io sono un po’ smagato, lo sapete, e ignoro 1) cosa sia una rampetta e 2) a quale rampetta si possa riferire.
Lo scopriremo tra poche righe, vedrete.

Accompagno Jack, poi la collega paraparigina e la macchina inizia a slittare un po’ per i fatti suoi cosa non carina affatto ma visto che lei mi dice “Vai piano vai piano vai piano vai piano vai piano ecco, vedi? devi andare piano come quelli lì vai piano vai piano” non ci son grandi problemi. Mi rifiuto di salire per la sua strada (che avrebbe previsto di salire su un rampone, altro che rampetta) e la saluto “Mandami un messaggio” Ridacchio “Se non mi ricordo è perché mi son addormentato prima”.

Lo manderò, quel messaggio.

Faccio via Isonzo, corso Gastaldi. Non giro dall’Ospedale perché, mi dico, la strada che dovrei fare vicino all’obitorio è troppo ripida e ha troppi tornanti, metti che la macchina slitti? allora faccio il ponte di Terralba, via Torti, via Donghi e son quasi arrivato e mi sento molto furbo e molto intelligente. Trovo il telecomando e facilmente riesco ad aprire il cancello “Non devo neanche scendere dall’auto” mi viene quasi voglia di provare a salire verso la mia strada ma desisto.

E’ la prima cosa intelligente che faccio dall’inizio di questo post, sappiatelo.

Supero il cancello, faccio centocinquanta metri e noto che nessuno ci è passato da chissà quanto. Il mantello di neve è intatto come uno se lo immagina in un campo, perché i semi riposino e si ricrei il miracolo della vita. Però questo è asfalto e mi ricordo cosa è la rampetta.

Non è coperta.

La rampetta è una salita di forse quindici metri ma sembra un chilometro, molto ripida e coperta di neve. Io inizio a salire in prima molto, molto lentamente. Faccio qualche metro e la macchina inizia a fare fatica, do di acceleratore e slitta, mi fermo. Provo ad insistere, ma sento solo un immenso rombo roboante e la macchina sta ferma. Ok, mi dico come se il mondo fosse facile, scendo e vedo cosa posso fare. In retro fino al piano, davanti a una Punto bianca sotto un bianco mantello. Guardo la rampa e penso “Potrei provare a togliere un po’ di neve coi piedi“. L’ho pensato davvero. E ho anche iniziato a farlo, in corrispondenza di quello che avrebbero dovuto essere le ruote: spazzo un pochino ma alla fine mi rendo conto che non è che questo possa servire a granché. Riprovo a salire wrrrrrrrrrooooooooooooooom faccio qualche metro in più, sarò a sei, cinque metri dalla salvezza e non vado più avanti. Non ci riesco.

Per ora non recrimino sul tempo, sulla mia cocciutaggine, sulla rampetta e penso solo a risolvere il problema e di questo, a posteriori, andrei fiero se non fosse che non ho idee intelligenti per risolvere il problema. Tiro il freno a mano perché, mi dico, sono arrivato fino a ‘sto punto mica posso tornare indietro! Il freno a mano tirato pare non servire granché, la macchina si muove impercettibilmente verso il basso. Tiro meglio, a due mani, e la macchina si ferma. Scendo e guardo cosa posso fare: magari davanti alle ruote c’è qualche ostacolo che…

La macchina comincia a scendere, da sola, e a prendere velocità come le valanghe nei cartoni animati.

Questo è un secondo, signori, ma è lungo come tutta la serata: la macchina scende verso la Punto bianca, prevedo l’impatto e so che sarà una di quelle cose di me che si racconteranno in eterno, so che mi verrà recriminata per sempre, anche se dovessi salvare il mondo ci sarà qualcuno che mi dirà “Potevi stare a casa quella sera” e la cosa peggiore è che avrà ragione. Mi lancio dietro la macchina e provo a fermarla per la portiera, per il portapacchi. Ovviamente va più forte di me, io cado, il braccio davanti alla ruota, lo levo in tempo, afferro quel che riesco ad afferrare, la macchina scende so che sta per scontrarsi con la panda, mi vedo anche morto investito, nel tentativo disperato di evitare lo scontro, la macchina slitta e si ferma. A venti centimetri dall’impatto.

Perché i metri erano troppo pochi perché avesse un accelerazione sufficiente all’impatto, perché sarà qualche legge fisica, per l’attrito delle mie mani su ovunque, perché non era destino, perché sono il protagonista di questa sitcom fatto sta che si ferma.

E mi salva.

Non posso mettermi a riflettere e a godermi la grazia di dio, a pensare a un ex voto. Ho una macchina davanti a una rampetta coperta di neve (eccettuate le impronte che un deficiente nella neve ha pensato potessero essere utili) e devo potare la macchina in cima alla rampetta. Se non facesse freddo e se non fossi qui bloccato come un idiota perché sono idiota, sembrerebbe uno di quegli indovinelli che si fanno e la cui soluzione è sempre talmente ovvia da sembrare assurda quando la scopri.

Le catene. Nel bagagliaio ci sono le catene, mettiamole. Chiamo a casa per dire che son vivo, metto le catene, faccio la rampetta e tornerò vincitore.

Ma come cazzo si mettono le catene?

Leggo le istruzioni. Lo so, pare folle ma leggo le istruzioni. Mi inginocchio nella neve, sotto la neve e cerco di «agganciare i due capi» dietro la ruota. Le mani son sempre più un ricordo, completamente anestetizzate altro che piedi di Messner su un eurostar. La neve cade, io mi industrio per un po’, sento che mi fa male pure un ginocchio ma non ricordo perché. Niente, non riesco a legarle cristosanto. Tengo un po’ le mani tra le cosce, poi rientro in macchina e rileggo le istruzioni, suona il cellulare mio padre dice “Ma neanche in prima ci riesci?” e allora ci riprovo.

Lento lento. Slitta e si blocca. Scende un po’ indietro, con un discreto sangue freddo gioco in un modo inspiegabile sui pedali e oh, alla fine arrivo in cima. Sono ancora vivo, sono un idiota, la macchina ormai è salva, potrei finire il post.

Vado nel box, parcheggio e decido di tornare sulla rampetta a controllare se ho lasciato indietro che ne so, il cappello, una mano, un pezzo di paraurti o l’anima ma no. Sto per incamminarmi sorridente verso il letto perché tutto è bene quel che finisce bene se non fosse che mi rimane impresso qualcosa di strano nella retina, mi rigiro a controllare e negli ultimi due metri c’è il segno di tre pneumatici.

Tre.

Prima era bianco, son passato io, i segni di pneumatici sono tre. Lo sapevo, c’è una Forza Oscura, una Presenza Soprannaturale, un Marronconiglio (a proposito, leggete qui…) che mi aiuta nei momenti del bisogno come capita sempre, in realtà, ai supereroi, ai burattini di legno e forse anche ai deficienti nella neve.

Per i commenti “originali”, guarda qui

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