Suibhne regista e Flavia D’Angeli

Nel 1991, dopo immenso insistere, mia nonna mi regalò – o meglio, regalò alla famiglia – una videocamera VHS perché all’epoca c’erano solo quelle. Da allora iniziarono anni febbrili di produzione cinematografica, tra Flaherty di Nanook l’esquimese, Griffith di Nascita di una nazione e Osvaldo Bevilacqua di Sereno Variabile. Facevo interminabili riprese durante le vacanze e pretendevo che mia sorella si mettesse accanto a me e leggesse la guida del Touring perché alle immagini di piazza san Pietro, ad esempio, corrispondesse una dotta spiegazione sul colonnato del Bernini, filmavo senza neanche una pausa tutto il cambio della guardia al castello di Praga, fino a che non finivano le batterie della telecamera o si esauriva il nastro. Devo dire che però, a differenza del professor Guidobaldo Maria Riccardelli, non imponevo a nessuno, neppure a me, la visione di tali nefandezze.

Come accade sempre agli artisti, però, mi sono montato la testa e ho deciso di fare Dio e di passare alla produzione di fiction. La mia opera prima fu, era il ponte del Primo maggio 1992, credo, La fontana fatata, un fantasy di ambientazione medievale, in cui io – in realtà – volevo soltanto fare il regista, ma poi mi sono reso conto che con solo tre attori (tra cui un bambino di 8 anni) era complicato sviluppare una trama che avvincesse e convincesse, quindi ho fatto un cameo nel ruolo di indovino, con una coperta in tartan rosa sulle spalle e una pettinatura che grida vendetta. Devo dire che c’era qualche problema nello sviluppo della trama, nella costruzione dei personaggi e soprattutto nella qualità assai scarsa degli attori. Per non parlare del fatto che ovviamente non c’è montaggio e che dalle inquadrature mancavano regolarmente o i piedi o la cima della testa. Ah, e senza contare che l’audio faceva un po’ cagare e ad un tratto si sente la nonna della mia antagonista che gridava “Elisa! è pronto da mangiare!”. Ma era l’opera prima e mica siamo tutti Orson Wells che spaccano il mondo già da subito.

Quindi ho girato e interpretato Per un pugno di corone, un poliziesco ambientato in Svezia e girato in provincia di Savona. Lì iniziò il momento di massima megalomania perché facevo il regista, lo sceneggiatore (anche se non c’era una sceneggiatura), il protagonista-eroe e il despota incontrastato. Il problema era sempre lo stesso: a parte il sottoscritto, che non demeritava affatto nel ruolo del commissario Alvarez, gli altri attori – tra cui sempre il bambino di otto anni, assai poco credibile nel ruolo di scrittore sessantenne in odor di premio Nobel – erano davvero scarsi. Durante la prima proiezione, mentre giravo un red carpet che neppure E!, iniziarono i primi malumori tra i miei attori. Mia sorella, soprattutto, dichiarò “Non è possibile che tu mi faccia sempre fare la morta o la mignotta”. In effetti, ripensandoci, sceglievo per lei sempre questo genere di parti, tranne una volta che ha fatto, molto male, una cameriera napoletana senza saperne riprodurre l’accento. E poi iniziarono ad accorgersi che rubavo il plot poliziesco dalla Signora in giallo. Vabbé.

Visto che ero magnanimo, e ancora lo sono, ho permesso a mia sorella e alla sua amica Elisa di decidere la trama del nuovo film. Essendo loro femmine e quindi sensibbili decisero di fare un film denuncia sulla prostituzione minorile dal titolo Troppo in fretta. La trama era un po’ banale: due ragazzine vengono adescate da un mafioso che le porta a battere e loro vengono salvate dall’eroe, che era il bambino di otto anni con un pizzetto fatto con un tappo di sughero annerito. Il film era davvero molto scadente, ma proprio tanto, se si eccettua l’ottima interpretazione del mafioso siciliano che, perché sono modesto, non vi dico chi era. Visto il fallimento delle loro idee da incolte, mi hanno permesso di riassumere il comando e, come un Pippo Baudo dopo un festiva di Giorgio Panariello, ho dato il meglio di me con un film giallo-comico dal titolo Dentro la doccia, niente!. Questa volta gli attori erano addirittura cinque, anche se il nuovo acquisto era pessimo. Benché espressivo come un caciocavallo, essendo io magnanimo, gli avevo lasciato il ruolo del protagonista, decidendo di fare la spalla, cioè una specie di Groucho Marx incrociato con uno Charlot che faceva un sacco di battute e aveva un sacco di trovate geniali e che relegava in secondo piano tutti gli altri attori. Però non figuravo come protagonista. In quest’opera ci fu un tentativo di montaggio, c’era qualche trovata e, soprattutto, il bambino di otto anni ormai ne aveva quasi dieci e sembrava un pochino più credibile. Certo, l’inespressivo protagonista non era proprio al posto suo, così come tutti gli altri tranne me, ma che fare? Il risultato era nettamente superiore al solito, comunque.

Quella fu la mia ultima opera, visto che tutti i miei successivi e ambiziosi progetti naufragarono contro un sindacato attori assai vessatorio e la scarsezza di mezzi e capacità. Da allora mi sono detto: senza soldi non si possono produrre cose di livello e la cosa, ovviamente una scusa, mi è parsa plausibile fino ad oggi, quando ho visto lo spot elettorale di Sinistra Critica. Io non ci credevo! Camera che traballa, attori impacciatelli, immagini troppo scure o troppo chiare, audio disturbato… Mi sembrava di vedere La fontana fatata o un’altra delle mie opere e allora mi sono detto, come Fulvia D’Angeli, perché no? perché non mi ri-metto a produrre un film, che ne so, un film poliziesco sul furto del computer o su qualche altro meraviglioso evento della pittoresca vita di un filologo romanzo? E poi oh quanto mi piace l’idea di fare un casting!

Sì sì…

si può fare

Per i comenti “originali”, vedere qui

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