Autumn in Thurgau

Avete presente i cataloghi di Coin o della Rinascente? Quelli che si chiamano “Arriva l’Autunno” oppure “L’Autunno porta la voglia di cachemire” e che hanno in prima pagina delle splendide signore con i capelli legati dietro, che sorridono avvolgendosi in una calda sciarpa, oppure sorridono stringendosi in un cappotto spesso, mentre sullo sfondo si vedono alberi con le foglie gialle, marroni e addirittura rosse? Alberi splendidi, alti con rami tanto frondosi da sembrar disegnati, con colori davvero autunnali, quelli che ti fan venire voglia di caldarroste, odore di legna bruciata e brina sui vetri? Di pranzi dell’autunno in campagna, di cinghiale nel piatto (con qualche pallino di fucile che finisce sotto i denti a dimostrare quanto la cacciagione sia effettivamente cacciata da un cacciatore) e di vino rosso nel bicchiere?

Ecco, io ho l’impressione che facciano quelle foto nel cantone Turgovia, altrimenti detto Thurgau, come il Müller. È impressionante, passando in treno in questa umida mattina di domenica, vedere tutti questi gialli, marroni, arancioni e rossi sugli alberi. E poi prati, pelouses, Wiesen, prati, pelouses, Wiesen… In questi prati ogni tanto qualche mucca bianca e nera, come te le immagini solo un po’ più magra, e zucche, zucche gigantesche ma disperse nel verde. Eppure qui Halloween pare non fare alcuna presa, i negozi sono pieni di alberi e lucette natalizie ma pumpkin’ e dolcettischerzetti proprio pochi. Beh, ci sono molti dolcetti ma è la Svizzera, bellezza, non Halloween.

Stringendomi anche io nella mia sciarpa nuova da 7 franchi, come una signora della Coin, guardo fuori e mi convinco che, mentre dormivo nella mia stanzetta accogliente e già in disordine come fosse davvero mia, deve esserci stata una esplosione nucleare. Ma poi mi dico che no, a Zurigo gente ce n’era e l’esplosione nucleare deve esserci stata dopo, in Turgovia, perché passiamo per i paesi e non si vede anima viva. Nessuno per le strade tranne, là in fondo, una macchina evidentemente senza conducente.

Frauenfeld, capitale del Kanton Thurgau, e c’è una Zuckerfabrik, una fabbrica di zucchero. Tutto grigio, tranne un manifesto elettorale verde con su scritto Thurgau Power (non so di chi sia, il verde qui è il colore di quasi tutti… nazi-SVP, verdi-Grünen, verdi-di-destra-Grünliberalen…). E tranne gli sbuffi bianchissimi dalle ciminiere di zucchero filato, barbapapa, Zuckerwatte.

Verso Weinfelden le colline si fanno più dolci e qualcuno, per le strade, si nota. Ma è quasi mezzogiorno e mi sembra addirittura che, attorno alla stazione di Weinfelden, ci sia un paese mentre le altre stazioni sembravano fantasma. Ci sono addirittura dei carrelli per le valige, al binario!

Arrivo a Konstanz e non me ne accorgo. Pare, infatti, che né la Confoederatio né la Bundesrepublik temano granché il vicino visto che non esiste controllo né effettiva frontiera. Mi viene il dubbio di non essere in Germania, di aver sbagliato treno e di essere in un’altra Costanza, magari non sul Mar Nero ma chi lo sa… poi vedo le rassicuranti cornette rosa di Deutsch Telekom e cerco dove diavolo si sarà messo ad aspettarmi lui, che sapeva che arrivavo alle 11:54 e che mi ha anche mandato un messaggio mezz’ora fa per confermarlo.

Lo aspetterò un’ora e qualcosa, in questa stazione più piccola di quella di Cornigliano, perché la sveglia non l’ha svegliato, ma ci sono abituato.

È strano perché non mi sembrano sette mesi che non lo vedo e non mi viene neanche da dirgli “Su racconta”, quindi parliamo come se ci fossimo visti ieri. Passeggiamo in Germania (sì, ha ragione bo-bo: quando si fa l’Erasmus si assume una seconda patria e la mia è inequivocabilmente questa, mi spiace per Parigi e, in misura assai minore, per Zurigo) e incontriamo il suo datore di lavoro, un signore di sessant’anni che ha ancora il codino, malgrado l’apparecchio acustico, che fa il padrone di un ristorante e ci offre il pranzo. A lui perché ieri ha lavorato bene, a me perché sono italiano ed è la prima volta che mi sento italiano-all’estero nel senso di Dean Martin e di Ma se ghe penso. Dopo l’ottimo pranzo (insalata, pasta con faglioli e pancetta “Che non avete fame fino a stasera!”, tiramisù e bonarda) camminiamo, raggiungiamo il lago, la statua di Imperia, il posto dove hanno fatto il Concilio e passiamo vicino alla casa di quell’ingenuotto di Jan Hus, che ci credeva davvero che li avrebbe convinti. Faccio un giro all’Uni, rimugino un po’ sugli orrori dell’architettura anni Sessanta, ritorvo la familiare moquette tedesca e poi, oltre un bosco che a me fa pensare ai serial killer più che ai funghi, mi fa vedere dove abita.

Alle sette riprendo il treno, cambio a Weinfelden (sì sì, ci deve essere per forza un paese qui attorno… c’è un sacco di gente sul binario) e verso le nove e qualcosa arrivo a casa dove la Susi sta guardando la serata elettorale. Ma questa è una storia poco autunnale, poco umidiccia e non sa di castagne e di brina, quindi ve la racconterò un’altra volta.

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