Abbattere l’invidia

Dopo un gradevole pomeriggio tra il Klapp, il Ciclostile e Altro, prendo il mio bel 67/ davanti alla stazione di Brignole. Come tutti gli autobus mignon che salgono su per le colline, il 67/ (nella sua versione estesa, ridotta o notturna) ha frequentatori più o meno abituali che divido in tre categorie: quelli che conosco di vista e ignoro, quelli che conosco di vista e trovo interessanti, per cui tendo l’orecchio in attesa di qualche cosa da riferirvi, quelli che abitano nella mia via, e sono quelli più fastidiosi. Fino a quando si sta sul bus è tutto abbastanza facile e con un “buonasera” ci si salva. Il problema, però, arriva dopo: come ben sapete, per arrivare nella mia via è necessario (beh, non è necessario ma agevola) prendere l’ascensore della vergogna e lì c’è l’obbligo di dire qualcosa. Capitemi: l’obbligo non è mio, io sto zitto zitto a testa bassa nella speranza che il compagno di ascesa interpreti il mio linguaggio del corpo come “NON SENTO IL BISOGNO DI PARLARTI / NON HO VOGLIA DI FARLO”. Ma raramente lo fanno, soprattutto i vecchi. E raramente dicono cose interessanti

(Piccolo florilegio di frasi tipiche: “Eh, con questo caldo / freddo…” di solito si sopravvive, signora; “Studi ancora? Ah, che bravo… sarà contenta la mamma” no, la mamma mi avrebbe preferito ingegnere piuttosto che dottorando in filologia romanza, ma che glielo spiego a fare!; se ho un libro in mano “ma lo leggi tutto?” no, adoro soltanto portare pesi nella borsa; “Come sta tua mamma?” bene, ma se si dovesse ammalare le prometto che glielo diròN.B. Frase che ha detto la vicina del secondo piano a mia madre: “Ma è vero che a giugno Suibhne si sposa?” no signora, non mi sposo né ritengo invalidante avere 27 anni e non avere moglie. Lasci perdere che mia sorella si sposa, lei sa meglio di me che vive in un’altra generazione)

Ad ogni modo, capirete la mia angoscia quando ho notato, appollaiata su un trespolo, una perfida amica di mia sorella di cui vi avevo accennato già una volta e che abita nel palazzo davanti al nostro. Io la detesto cordialmente, non tanto perché è bruttissima, ma perché è la regina dell’Invidia e della Maldicenza. Anzi, rettifico: ne è la principessa, perché la madre detiene ancora lo scettro, mentre il padre si limita a tingersi i capelli di un color sempre più mogano e a confondere le dentali. Già ai tempi delle medie l’Odiata si era iniettata qualche ettolitro di invidia nei confronti di mia sorella che invece – ingenua come un segretario DS – l’aveva scelta come migliore amica. Il fatto scandaloso era che mia sorella era piuttosto carina – in famiglia siamo tutti irresistibili – e popolare con i ragazzi, mentre lei era brutta, malvoluta e si ricopriva di brufoli in quei giorni lì. La regina madre dell’Invida si era quindi premurata di raccontare all’intera via quanto mia sorella tentasse di traviare la figlia, culminando in una telefonata a mia madre in cui accusava pure lei. Oltre alle accuse di troiaggine (la più tipica delle offese interfemminili), l’Odiata sosteneva pure che mia sorella fosse raccomandata, anche se non si è mai capito bene da chi. Il problema era che mia sorella prendeva ottimo di tema, mentre lei soltanto insufficiente. Ovviamente non le era mai capitato di pensare “Forse non mettere il verbo nelle frasi non aiuta la comprensione del testo”, la colpa era di qualche strano intrigo alle sue spalle. Il primo anno di liceo – ed è l’ultimo aneddoto, ve lo prometto – mia sorella era stata promossa con tre debiti al liceo scientifico che frequentava pure la PdI. Davanti al cancello della scuola mia madre, che ha appena letto il responso piuttosto atteso, incontra l’Odiata che chiede subito “Com’è andata?” e, saputo dei debiti con un gran sorriso “Eh… vabbé… si sapeva, no?”. Ora, si può dire una cosa del genere? Ma quanto stronzi bisogna essere? Fortunatamente mia madre in questi casi dà il meglio di sé e, abbozzando un sorriso, dice “Hai già visto i quadri? Buon divertimento”. L’Odiata risultò bocciata quell’anno, quello successivo e pure un’altra volta due anni dopo. Successivamente cambiò scuola “Perché i professori ce l’avevano con lei” e si trasferì in un liceo gestito da suore mafiosette dove alla fine ottiene un diploma di maturità con non so bene che votazione. In tutti ci ha messo otto anni.

Stasera sto divagando troppo, è vero, ma mi paiono notizie necessarie a capire il personaggio. Come il fatto che – visto che mi continua a vedere in facoltà – aveva messo in giro la voce che avevo fatto finta di laurearmi. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è l’invidia. ‘sta cretina.

Scendo dall’autobus che non l’ho ancora salutata: quando faccio finta di non vedere una persona, sono molto convincente. Nel brevissimo tragitto decido di non fare altro che salutarla, rispondere telegraficamente a eventuali domande e basta. Nessuna provocazione, nessuna. Poi arriviamo davanti alla porta e dice “Siccome sono pigra aspetto che le chiavi le prendi te”. Un’altra cosa che non sopporto è quando le persone fanno le simpatiche e non lo sono per nulla. E poi te è pronome obliquo, non soggetto. ‘sta cretina. E si è pure iscritta a filosofia, visto che i professori di Ingegneria non la capivano!

Forse esagero, ma prendo questa frase come una sfida e accetto. Lei starebbe zitta ma io “come va la vita?” “tutto bene… tu?” “bene, bene… un po’ stanco…” “Il dottorato?” ecco, lei non lo sa ancora – spera in qualche mia disdetta – ma ha segnato la sua sconfitta. Inizio a menarmela tantissimo (e sapete quanto mi riesce bene), tirando a mezzo il fatto che l’anno prossimo vado alla Sorbona e che sono sempre in giro per convegni. Per esperienza ho notato che sono cose che fanno molta impressione ai poveri di spirito come lei, così come la frase “Scusami ma ero in riunione”, d’altra parte. Lei pare incassare il colpo, ho visto distintamente che stringeva le labbra su Sorbona, e si tace. Io azzardo un po’, ma voglio farle produrre una quantità di bile esagerata. “E tu? A che punto sei? Hai finito, no?”. Si sente rimessa in campo, perché piega la testa e sorride: “Sto iniziando a preparare la tesi” Cazzo… “La faccio su un teologo francese che è morto due anni fa… sai è di filosofia teoretica che sarebbe…” Rilancio: “Sì, lo so cos’è la filosofia teoretica! Quanti esami ti mancano” “Beh… cinque” Penso gooooooooool! ma dico soltanto un eloquente “Oh… beh…” con l’aggiunta di un solluccherato “ancora un annetto, un annetto e mezzo…” lei abbassa la testa, siamo fuori dall’ascensore e tenta la marcatura in zona Cesarini, cerca la ragione per non affogare nella sua invidia: “Ma sei contento?” domanda filosofica in effetti… “Beh tantissimo!” Ultimissimo tentativo: “Magari c’è sto problema che devi girare sempre…” Poverina, non capisce niente “No, anzi… questa è una grandissima opportunità! Sai qui a Genova mi sono reso conto che è proprio difficile formarsi una competenza adeguata” Vedo, ed è la prima volta, che non sa cosa dire “Beh sì… è una città un po’ chiusa…” poi accelera il passo e si allontana, un po’ mortificata “Dai, non ne parliamo… ciao…”.

Mentre il suo culone nei jeans troppo stretti si allontana, penso che una persona che si mortifica perché a qualcuno non è andata male beh… un po’ se lo merita.

Oggi pomeriggio mi hanno detto che sono competitivo, ma secondo me volevano dire che sono stronzo…

Per i commenti “originali”, vedere qui

Annunci

2 pensieri su “Abbattere l’invidia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...