Come mai i tuoi quindici anni

Salire sull’autobus alle sette di sera, dopo essersi picchiati con i neghittosi bibliotecari dell’Universitaria, aver portato in giro per la città una borsa troppo pesante, aver lavorato a una bibliografia che pare ogni giorno più sconfinata, aver partecipato a due riunioni simultanee e aver percorso via San Lorenzo a passo di carica, è una cosa che solleva. In questa stagione, chissà perché, a quest’ora l’autobus non è pieno e si trova comodamente posto, al capolinea di Brignole. Mi appollaio a metà del veicolo, dando le spalle a una coppietta giovane giovane che ridacchia e sedendomi davanti a una signora con un cerotto sul naso. A una prima occhiata non ci sono persone moleste e posso rilassarmi davvero. Appoggio la testa al finestrino e guardo fuori. La luce, a quest’ora, è stupenda e rende scintillante e arancione la val Bisagno.

La coppia dietro di me forse non è una coppia. A ben valutare sembra una coppia che si sta formando. Forse è uno dei primi appuntamenti, forse stanno solo rendendosi conto che saranno una coppia, forse se ne accorge solo lui, che infatti ride molto di più e fa lo scemo. Avranno quattordici, quindici anni ma lui vorrebbe dimostrarne di più: si è fatto crescere sul mento una specie di ciuffo di peli. Anche io l’avevo fatto, al liceo, con scarsissimi risultati. Fortunatamente non esistono – quasi – prove fotografiche del misfatto. Sono in fase di avvicinamento, probabilmente, e lei – si sente dal tono della voce tra l’euforico e il lusingato – lo sa benissimo. Fra poco arriverà a casa e telefonerà a una sua amica. Anzi, non è escluso che le abbia appena mandato un messaggino col cellulare per dirle che quel loro compagno di classe in fin dei conti è un grande. Lui no, arrivato a casa non chiamerà nessuno. Però sono allegri e ascoltano con le cuffie lo stesso iPod. Lei è stonatissima e canta, lui è stonatissimo e canta con lei: Le notti non finiscono, all’alba nella via, le porto a casa insieme a me, ne faccio melodia Mi ricordo che era la canzone preferita di un mio compagno di classe, in seconda o in terza liceo. Si parla del 1995-96, credo… e poi mi trovo a scrivere, chilometri di lettere, sperando di vederti ancora qui. Un successo esagerato, in quegli anni non si cantava altro. Io ero già snob e negavo che mi piacesse perché Max Pezzali saltellava ancora con quello coi capelli rossi ed era comunque quello che cantava “Tappetini nuovi, Arbre Magique”. Come può essere bella una canzone che parla di Arbre Magique e come può essere bravo un cantante che la canta? E poi all’improvviso sei arrivata tu, non so chi l’ha deciso, m’hai preso sempre più, una quotidiana guerra con la razionalità ma va bene purché serva per farmi uscire. Lei sbaglia le parole e trascende un po’ il senso perché dice “una quotidiana guerra, una razionalità”, ma ha quattordici anni e le posso concedere l’insensatezza. D’altra parte questa canzone è uscita quando lei aveva quattro o cinque anni e non si ricorda certo quando era in classifica. Loro la cantano come un classico, come io e tutti gli altri in quell’estate potevamo cantare ad esempio “La leva calcistica della classe ’68” Come mai, ma chi sarai, per fare questo a me, notti intere ad aspettarti, ad aspettare te Da allora questa canzone l’avrò sentita chissà quante decine di volte dimmi come mai ma chi sarai per farmi stare qui, qui seduto in una stanza pregando per un sì ma non mi ero mai accorto che mi ricordasse quella ragazza bionda che non so più che fine abbia fatto, quell’estate e quel roveto con le more. Gli amici se sapessero…

Edmondo Berselli ha scritto che gli 883 stanno agli anni ’90 come Gianni Morandi o Edoardo Vianello stanno agli anni ’60: appena inizia una loro canzone si ricostruisce quell’atmosfera, quell’Italia, quei passatempi, perfino quei programmi televisivi e quelle canzoni ben più belle delle loro. Quando io fingevo di non ascoltare Come mai o Ti sento vivere (la canzone che si sono messi a cantare dopo) Max Pezzali aveva 27 anni, cioè la mia età di adesso, ma si sintonizzava perfettamente con me e i miei coetanei, anche quelli fighi che facevano finta di non ascoltarlo perché non andava su MTv (che all’epoca era in inglese, non trasmetteva da Genova ed era un’altra cosa). Oggi, che Max Pezzali ha 39 anni, due quattordicenni si innamorano mentre stanno cantando una sfilza di sue canzoni. Io ne ho 27 e ripenso alle more. Berselli secondo me ha sbagliato: gli 883 non si sintonizzano con gli anni Novanta, si sintonizzano con i tuoi quindici anni.

Anche se non hai mai visto dei Roy Rogers e hai la più pallida idea di chi sia Ralf Malf.

Per i commenti originali, vedere qui

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