Il bidet di Ruini

Il Sinodo dei Vescovi, che si è chiuso oggi, ha ribadito quello che ci si aspettava ribadisse, cioè il no ai matrimoni dei preti come reazione alla crisi delle vocazioni, no alla comunione di cristiani non cattolici, no alla comunione per i divorziati (“‘Alcuni divorziati e risposati accettano con dolore di non poter ricevere la comunione sacramentale e lo offrono a Dio. Altri non comprendono questa restrizione e vivono una frustrazione interiore; ribadiamo che, pur non potendo condividere la loro scelta, riaffermiamo che non sono esclusi dalla vita della Chiesa”), e conclude con l’esortazione a sentirsi umili lavoratori nella vigna del Signore, come Benedetto XVI.

Non trovo traccia della notizia che, ventilata nei giorni scors, mi avrebbe solluccherato maggiormente: il ripristino del latino come lingua franca nelle riunioni internazionali dei vescovi. In realtà non ho trovato il comunicato conclusivo ufficiale del Sinodo, quindi è possibile che la norma ci sia ma non sia stata ripresa dagli organi di informazione.

Il mio rapporto col latino, come sapete, è ambivalente. Però l’idea che due vescovi, incontrandosi per un corridoio vaticano oppure dibattendo in una accesa diatriba teologica, usino il latino solletica il mio studiare il periodo di passaggio tra la latinità e la nascita dei volgari, rinfranca la mia fede cieca in Curtius e, in definitiva, mi fa sentire parte del mondo moderno. Certo, che mi faccia sentire moderno una scelta passatista di una istituzione decrepita dovrebbe farmi riflettere, ma non oggi pomeriggio.
Ad ogni modo, pensando ai vescovi che parlano in latino mi è sorto un dubbio: ma come faranno con tutti i termini ultramoderni, che ai tempi di Cicero non esistevano? Beh, ho scoperto che il Vaticano è già pronto e ha già stilato un PARVUM VERBORUM NOVATORUM LEXICUM, in pratica un elenco di neologismi tradotti in latino. L’utilità è estrema, e appare evidente a tutti. Ogni vescovo che vuole dibattere di terrorismo globale sarà felice di sapere che terrorista si dice temocrates, la banda armata è globus armatorum, i brigatisti rossi sono brigatores rubri e il kamikaze non è altro che un volontarius sui interemptor. Così come sarà utile, nei momenti più conviviali, il termine extraculum (cavatappi), Hungaricum vino (tocai), viscum Schotium (scotch), oenopolium (fiaschetteria) o poma conditiva (macedonia).

Poi esiste un pacchetto di termini per i vescovi europei in viaggio pastorale in Africa: venatio Africana (zoo safari), sacciperum dorsuale (zaino) e – in caso di viaggi aerei con qualche strana compagnia dello Zambia – deminutio subitane aeris (vuoto d’aria). Esistono parole pensate per lo IOR, mandatum nummarium periegeticum (traveller’s cheque), ergasterii nota (trade mark), cumulum mercium (stock), nummariae rei disciplina (scienza delle finanze) e soprattutto evulsio furtifica (scippo) e illicita pecunia exactio (racket).

Esistono parole per prospettiva (depictum aenigma), per julie (scriptorum vulgator), per sambadudi (diploma vehículo automatário ducendo), per titollo (Senesi placenta), per miele (autocinetum laóphorum), per roby (nativa simplicitate pictus), per sogno (máximum hypozónium), per the saint (follis canistrique ludus ma anche móntium lustrator), per deliri (homo festivive), per sogniebisogni (exquisita diligéntia), per aristopunk (taberna discothecária), per cheremone (punctorum summa), per elfobruno (taberna librária), per Fassino (tabellarius) e anche per me (homo affectatus).

La mia domanda, ora, è la seguente: considerando che il bidet esiste solo in Italia, era necessario inventarsi ovata pelvis solo per Camillo Ruini?

Per i commenti “originali”, vedere qui

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