Maggio 1986, due altalene e un toter Witz

Qualcuno di voi lo saprà già, ho finito la tesi. Beh, mi manca solo l’introduzione che ovviamente scrivo alla fine. Settimana prossima si porta tutto a rilegare, mi sono già informato su prezzi e tariffe di via Balbi e adiacenze. Non sono molto soddisfatto, in questo momento. Stanchezza metafisica, ho ripetuto oggi a tutti quelli che mi chiedevano par habitude “Come va?”. Quasi nessuno ha capito che non voleva dire “Bene grazie e tu?”. Ad ogni modo una telefonata, un pomeriggio solitario e una piacevole serata cinéphile hanno abilmente funzionato come pannicelli caldi e per ora si tira avanti senza tracollo.

Serata cinéphile, dicevo. Carrozze con campanelli tintinnanti, un marito medico bambacione, Catherine Deneuve bellissima di giorno, Parigi un anno prima di quel Maggio. Nella mia testa, primadopodurante, Aznavour et moi dans mon coin.
Tornato a casa parcheggio nel box-magazzino in cui non parcheggio mai, e dopo trecentosettanta manovre (dio stramaledica l’assenza di servosterzo) curioso un po’ tra i reperti della mia infanzia, prima di salire in casa. La notte è tiepida e la stanchezza è solo metafisica, come dicevo sopra. Ho trovato i quaderni delle elementari. Rileggendo i dettati sapevo già come andavano a finire, leggendo Como nel comò mi veniva già in mente l’immagine con cui l’avevo illustrata nella pagina successiva. Misteri gloriosi della memoria selettiva. Ad ogni modo, sentite come racconto, nella primavera del 1986, “Una rinuncia che ho dovuto fare”:

Io, un giorno, sono andato a comprare un gelato. Quando ho finito il gelato io ed una mia amica siamo andati in un cortile lì vicino dove vi erano delle altalene. Io mi sono seduto su una di quelle altalene, ma un bambino, avrà avuto 3-4 anni, mi ha detto: – Vattene! Ce l’avevo prima io! – Allora mi sono spostato e sono andato in nell’altra altalena libera e lo stesso bambino, mi ha detto dinuovo: – Vattene! È mia! –
Allora è arrivata una ragazza e ha detto: – Lasciatelo perdere, andateci pure – Il bambino, mentre andava in altalena, ha detto alla mia amica: – Quanti anni hai?
– Ne ho 9 – rispose la mia amica. – Allora io sono più grande! – disse il bambino, allora la mia amica ribatté: – Eh sì guarda! Io vado ancora all’asilo nido!-
Allora la ragazza che prima ci difendeva ha detto: – Ma non vedete che è più piccolo di voi?! – Alora ci siamo girati e siamo andati a casa.

La maestra mi ha dato “bene”, che per lei era un votone. Dava “bene” se andava bene, “benino” se andava in ogni altro modo, da malissimo a non proprio perfettamente. Anzi, noi eravamo convinti che desse “beue” e “beuiuo” perché le sue N erano piuttosto delle U. Ad ogni modo, voi c’avete capito qualcosa? Io credo di aver capito il luogo in cui si svolge il tutto, il ristorante in campagna dove andavo da bambino, e forse anche chi è la “mia amica”, considerando le età che dichiara nel testo e l’anno in cui è risale l’opera (senza contare l’acida arroganza della risposta che dà al bambino odioso). Per quanto riguarda “la ragazza che prima ci difendeva” buio completo, ma immagino fosse la figlia maggiore dell’albergatore (se conosceste la persona in questione ridereste a sentirlo definire “albergatore”), che credo all’epoca avesse 11 o 12 anni. Quindi nella mia idea del mondo il bambinetto petulante era “bambino”, mentre a 11 anni si è già “ragazzo”. Interessante. Ad ogni modo, credo di non aver capito la dinamica della vicenda… Cosa mi dava fastidio nel sentirmi dire da uno che aveva la metà dei miei anni “Questa altalena è mia” ? Oltre tutto non vedo cosa ci sia di risolutivo nella frase “Ma non vedete che è più piccolo di voi?”. Ad ogni modo mi sembra di vedermi, che mi tiro su gli occhiali e dico, facendo il superiore “Andiamocene“. Probabilmente non sapevo come reagire, non sono mai stato un violento e all’epoca le armi dialettiche di cui ero in possesso erano scarsine. Minori di quelle che ho ora. E poi che cazzo di armi dialettiche si possono usare su bambini di tre anni? Boh…

Nel caso di testi comici medievali in cui è ormai impossibile stabilire quale fosse il fattore che divertiva il pubblico si parla di tote Witze. In un certo senso, è un caso di quelli.

Per i commenti “originali”, vedere qui

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