La cavadenti, ovvero: Meno tre
Ad ogni modo, io non lo sapevo che si facesse così. Non è che avessi un’idea di come si faceva, ho fatto il liceo scientifico ma poi ho fatto lettere, e letterature medievali, quindi non avevo una idea mentale precisa della tecnica, neanche una idea generica, ma mi ero convinto che, visto che non si facevano più i salassi per guarire dalle malattie e visto che non si bucavano più i cranî per far uscire il mal di testa, i denti del giudizio non si tirassero via con la pinza, girandoli in tondo mulinellando come cercassi di sradicare un albero. E invece sì, pare di sì.
Insomma, ricordate la mia dentista mistress? Una delle prime cose che mi disse, dopo avermi fatto fare una panoramica dentaria, e aver sospirato è stata: questo dente del giudizio sta uscendo e le spinge i molari, quest’altro è occluso ma spingerà pure lui e sarano dolori mentre questo, che è uscito del tutto, non le serve a niente e le morsica la guancia quindi vanno tolti. Forse andrebbe tolto pure quell’altro ma per ora basta così. Io ho temporeggiato quasi un anno e poi ho deciso che andava fatto, perché ho ancora l’assicurazione sanitaria e perché lei aveva studiato tanto e se lo diceva un senso doveva averlo… Ma no! Vuole solo spillarti dei soldi! direste voi malpensanti e prevenuti e invece no: perché qui i denti del giudizio non li si tolgono dal dentista, ma in ospedale. In ospedale, sì. Tu entri, ti ricoverano per due ore e ti mandano a casa con del ghiaccio sulla guancia. E, inoltre, li tolgono tutti insieme, non uno alla volta come in Italia e, a seconda che si parli con italiani o francesi, questa è una cosa folle o pratica. Io dico pratica, sarà che ormai uso il burro e mi sento un po’ français… Ma non è l’unica differenza, perché qui la dentista fa tutto da sola e non ha duecento assistenti che aspirano a caso e che poi si distraggono e ti aspirano la guancia e non la saliva.
Dunque ieri a quest’ora ero sdraiato su una poltrona verde, mediamente tranquillo, a farmi pungere il palato e le gengive da questa stramboide che fa la chirurga maxillofacciale: alta meno di me, quindi decisamente poco, con degli occhiali un po’ fifties, i capelli lunghi tra il biondo e il grigio, gli occhi truccati, le scarpe col tacco spesso comprate al mercato di piazza Palermo e un cognome che avevo ipotizzato veneto, prima di aver visto che si chiamava come l’agente Scully di X Files e di aver sentito il suo accento pesantemente slavo (tra Sophie di 2 Broke Girls e una Lida Baarova brutta, tanto per capirci).
E’ stata brava, perché mi ha descritto in tempo reale quello che stava succedendo, come Bruno Pizzul. Ora sentirà come una palla in gola, ma è l’effetto dell’anestesia e non ha niente in gola e può deglutire Ed era vero! Ora pungo la gengiva ma lei sentirà come una scossa elettrica sulla lingua, è normale! ed era vero! ed io Che bizzarro! e lei No, è normale. Poi ha preso la pinza e ha iniziato a tirare come nel quadro del cavadenti e mi ha preso alla sprovvista e mi sono un po’ inquietato: tirava, girava in tondo perché cedesse la radice e tirava, con le mani sporche di sangue, e tirava, il sangue sul camice, e tirava, e pure sulla mascherina c’era sangue, e lei tirava. Non sentivo niente no, nessun dolore no, nessun dolo-o-o-o-o-ore e lei diceva Lo so, sembra che da un momento all’altro arriverà il dolore, ma non arriverà glielo assicuro. Poi si è sentito cracrach e ho visto ‘sto dente gigantesco grondante sangue dalla sua pinza e ho avuto un piccolo cedimento e mi son sentito un po’ mancare e ho detto ho caldo, sto sudando, mi sento debole e lei ha detto, come avrebbe detto Mike, non si preoccupi, è l’emozione! apriamo la finestra e in effetti è andata meglio.
Poi ha continuato con gli altri due, quelli inferiori che fanno più male a detta di tutti e di lei pure: ha fresato l’osso, il dente, ha inciso la gengiva ed è solo in quel momento che ha chiamato questa sorridente e ubertosa assistente perché le serviva qualcuno che mi tenesse la testa ferma e zac, ha strappato anche gli altri due, con un po’ più di fatica perché ho delle radici tenaci, a quanto pare, e ho dei denti grossi e una mascella piccola. E poi mi ha ricucito, riempito la bocca di garze alla Marlon Brando e mi ha mandato a casa dicendomi Guardi, soffrirà molto e io Ma se mi dice così inizio a spaventarmi e lei No, glielo dico perché è giusto che sappia e prenda tutte le medicine che le ho prescritto, mi raccomando. E io l’ho fatto, lo sto facendo e non sto soffrendo molto, giusto un po’.
Certo, sono gonfio come una zampogna e posso a malapena la bocca ma fin qui tutto bene.
Aux armes, citoyens !

rue de la Marseillaise, Le Bourget (93)
E c’ero io.
Oggi con la classe degli avanzati finiremo di leggere Io non ho paura , di Niccolò Ammaniti. Sono tutte entusiaste e lo sono anche io, che sto proprio ora finendo di rileggerlo pensando che sì, è proprio un libro perfetto per far capire qualcosa dell’Italia.
Dell’Italia di stamattina e oggi pomeriggio, non di ieri, dell’altro ieri o del secolo che fu. Hanno sentito Nata sotto il segno dei pesci di Venditti, abbiamo parlato di Basaglia e di Subbuteo, hanno visto una intervista del 1975 a un padre ciociaro che diceva a Comencini che beh sì, lui lo bastonava suo figlio, ne hanno visto un’altra in cui sempre Comencini scopriva, mentre lavorava a nove anni da un carrozziere, quello che poi avrebbe fatto Lucignolo in Pinocchio, hanno visto Supergulp! e Tex e anche la liberazione di Cesare Casella. E ho raccontato di quando ero bambino e avevo paura dei sequestri, perché i bambini li sequestravano quando ero bambino, e loro non lo sapevano e credevano che il libro Io non ho paura fosse tutto di fantasia. E ho raccontato dell’Aspromonte, dei ministri degli interni, degli anni Settanta che diventavano Ottanta (e degli Ottanta che sarebbero diventati Novanta, poi Duemila e poi e poi). Ed erano sorprese, interessate, curiose, divertite, toccate a seconda, ma non erano indifferenti.
Ad ogni modo, io non so se sia la settimana santa incipiente, se sia un segno, se sia l’emozione del libro, se sia suggestione o se non sia vero ma la matita che sto usando per annotare le ultime pagine del libro emana odore d’incenso.
Possibile?
Allora, la mia allieva di una ricca comunitat autònoma al confine con la Francia ha cambiato casa e non ha ancora i fornelli. Per questo, mi dice, deve fare tutto al microonde e spesso solo surgelati. Poi si parla d’altro e mi dice che sua figlia, per metà francese e per metà di quella comunitat di cui sopra, adora la pasta e la vuole mangiare tutti i giorni.
Ma scusa, e allora come fai adesso che non hai i fornelli? dice l’altra allieva di una povera région al confine con il Belgio.
Eh, come fa. Prende un recipiente, lo riempie d’acqua salata e lo mette nel microonde. Accende al massimo e quando l’acqua è bollente lo tira fuori e butta la pasta. Rimette il recipiente nel microonde e fa cuocere dieci minuti. Poi scola e lo dà da mangiare alla figlia.
Cristo! Ho detto io, sopraffatto dagli eventi. Loro hanno riso.
Ma a parte il fatto che fa sicuramente schifo, la pasta fatta così, secondo voi davvero si riesce a cuocere? perché non riesco neanche a immaginarla, mi sembra impossibile…
La primavera, perché non so
Ve l’ho detto, son primaverile in ‘sti giorni e anche se stamattina avevo cappotto, maglione di lana e camicia (perché quando sei la France qui se lève tot, sai che la mattina fa ancora freddo!), adesso ho solo la camicia e le maniche arrotolate come è bello fare quando l’aria è tiepida e il sole brilla. Anche quando l’aria è tiepida in una biblioteca e il sole brilla dove tu non sai, perché sei in salle W e qui è buio anche alle quattro di pomeriggio.
Ad ogni modo, oltre ai colori, agli odori e ai sapori ho appena capito che ci sono anche dei suoni che sono primaverili, per me. Non solo suoni indistinti, ma primaverili, come l’acciottolare che fanno i piatti e che percepisci dalle altrui finestre aperte, o gli altri rumori privati che senti nolente. Ci sono anche canzoni che per dei motivi che non so, riconosco come primaverili. Non canzoni che mi ricordano la primavera, o che parlano di primavera: canzoni che mi sanno di primavera così come i maglioni di H&M mi sanno di deforme e le interviste di Sarkozy mi sanno di fregatura.
Tipo questa canzone, che ho risentito ora per caso, leggendo della struttura istituzionale di una città piccarda nel tredicesimo secolo. Baby’s Romance di Chris Garneau, soprattutto quando fa on you-u-u
E io boh, non so, ma sa di primavera.
Niente, è la primavera. L’aria calda, il cielo sufficientemente azzurro… E’ la primavera, anche se c’è chi mi invita a non sentirla e che è un’illusione e che finirà presto. Ma è la primavera: qui in questo borgo campagnolo della Val-de-Marne, dove sto facendo passare mezz’ora prima dell’inizio della lezione, c’è odore di letame di cavallo e c’è un cavallo.

Il mio basilico, a settembre
Sì, deve essere la primavera, la difficoltà di trovare erbe aromatiche fresche o forse sono soltanto le offerte di FNAC ma mi ha colto il bruciante desiderio di farmi un orto. Solo che non ho una terrazza, non ho un terrazzo e non ho neppure un davanzale. E sto a Parigi, che non è un luogo che garantisce costanza climatica e ore di sole. Ma ho visto quel libro con gli zucchini cresciuti in una scatola di tè, di basilico fatto crescere nelle latte dei pelati [chi orti no gh'è n'è, / s'inventa i bersò / de lamme de tomate / con drento o baxaicò]… E poi ho pensato al basilico dell’anno scorso che, tra alti e bassi, è vissuto nella jardinière appeso alla mia finestra, fino a che non è morto (ma è pianta stagionale, mi han detto gli specialisti, ed era previsto che finisse così!).
Quindi ho pensato che, in fin dei conti, che può capitare di male? al massimo ammazzo piante e piantine, al massimo non cresce niente, al massimo perdo qualche euro in scemate… Mi farò un orto urbano, un piccolo potager da balcone. Per limitare i danni, però, ora servite voi quindi:
1) cosa pianto? io pensavo alle erbe aromatiche solite, basilico, forse rosmarino, o salvia, o menta, o timo… ma visto che non son tutte la stessa cosa: cosa pianto? cosa può resistere e cosa morire? ma i pomodori? no, eh? e le fragole? humpf…
2) quando pianto? è il caso di aspettare ancora, vero? che è marzo ed è Parigi…
3) come faccio? consigliatemi cose, va’…
E poi vi dico che succede, ma ora non posso che è arrivata la prima del corso dei debuttanti, quella che si chiama come una regina decapitata, ma senza il nome della mamma di Gesù.
Quando finisce un corso, così com’è finito il mio
Sono sempre un po’ emozionato, l’ultima lezione di un corso. È che alla fine sono un sentimentale e penso oh! Non vedrò più questa persona, non scenderò più a questa stazione! Ti ricordi la prima volta, 10 mesi fa…, insomma mi spiace. Entro sempre pieno di malinconia, affetto e indulgenza, l’ultima lezione, anche dalle persone che mi son state sulle balle.
Oggi era la fine del corso della allieva finlandese di cui svariate cose sapete, a Massy, nella odiosa Massy in cui – a dispetto di ogni previsione – è giunta oggi la primavera. E dunque sentendo già la mancanza dei palazzoni orrendi, della brutta stazione RER e di quella lavativa, provando tutte le emozioni che vi dicevo, malinconia, affetto, indulgenza, sono entrato in ufficio.
E lei, prima ancor di salutate, mi ha detto “Perché i tuoi capelli sono così?“
Empatica, vero? Ma poi così come?






